Davide Bruno

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16/10/2010

Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa

Grazie agli investimenti di Tripoli, il Cavaliere si è consolidato nei salotti buoni della finanza italiana. Il Colonnello è uscito dal suo storico isolamento ed ora società del suo Paese accedono alla City di Londra

di ETTORE LIVINI-la repubblica

NON SOLO tende beduine, caroselli di cavalli berberi e sfilate di soldatesse-amazzoni. La Berlusconi-Gheddafi Spa, a due anni dalla fondazione, è uscita da tempo dal folklore. L'oggetto sociale d'esordio  -  la chiusura delle ferite del colonialismo  -  è stato rapidamente archiviato all'atto della firma del Trattato d'amicizia bilaterale nel 2008.
L'Italia ha garantito 5 miliardi in 20 anni alla Libia e Tripoli ha bloccato (a modo suo) il flusso di immigrati verso la Sicilia. Poi - snobbando i dubbi degli 007 Usa e dei "parrucconi" come Freedom House che considerano il Paese africano una delle dieci peggiori dittature al mondo - sono cominciati i veri affari. Un pirotecnico giro d'operazioni gestite in prima persona dai due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi ("gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca", dice il Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi di euro e che rischia di cambiare - non è difficile immaginare in che direzione - gli equilibri della finanza e dell'industria di casa nostra.

La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua. Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno: Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell'asse Arcore-Tripoli. Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello ha messo sul piatto un po' del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell'Italia Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici e imprenditoriali, nel Belpaese.
In due anni Gheddafi è diventato il primo azionista della prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Palazzo Grazioli, nell'ambito del do ut des di questa realpolitik mediterranea, ha dato l'ok all'ingresso di Tripoli con l'1% nell'Eni ("puntiamo al 5-10%", ha precisato l'ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25 anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi di investimenti.

Il Cavaliere tira le fila, consiglia e gongola. L'ingresso del Colonnello in Unicredit - oltre che a innescare i mal di pancia leghisti - è il cavallo di Troia per conquistare i vecchi "salotti buoni" tricolori, la stanza dei bottoni che controlla Telecom, Rcs - vale a dire il Corriere della Sera - e le Generali. Il momento per l'affondo è propizio. Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca, crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia - con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% - c'è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia dall'alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi, presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello (e con il premier) - se mai ce ne fosse stato bisogno - sono stati confermati dalla difesa d'ufficio di entrambi al Meeting di Rimini. Niente di nuovo sotto il sole: l'assicuratore di Marino ha sdoganato Tripoli anni fa accogliendola nel patto di Banca di Roma (poi Capitalia) assieme a Fininvest. E ancor prima ha imbarcato la Libia in banca Ubae, guidata allora da Mario Barone, uomo vicino a quel Giulio Andreotti che solo un mese con il suo mensile 30 giorni ha pubblicato un volume sui discorsi pronunciati da Gheddafi nella sua ultima visita italiana.
Il puzzle adesso è quasi completo. Il Cavaliere ha in mano il controllo di industria e finanza pubbliche. E ora, grazie all'asse con Ben Ammar e Geronzi e ai soldi di Gheddafi (sommati alla debolezza delle vecchie dinastie imprenditoriali tricolori), può blindare quella privata estendendo la sua influenza su tlc, editoria e - Bossi permettendo - sulle ricchissime casseforti delle banche e delle Generali.

L'asse con il Colonnello gli regala però un'altra opportunità d'oro: quella di distribuire le carte delle commesse a Tripoli garantite dall'attivismo dell'efficientissimo tandem, immortalato ora a imperitura memoria sul frontespizio dei passaporti libici. Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica (elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori. In questi mesi hanno attraversato il Mediterraneo pure l'Istituto europeo di oncologia e Italcementi mentre Impregilo ha consolidato con una commessa da 260 milioni la sua già solida posizione nel Paese nordafricano dove con 150 miliardi di investimenti infrastrutturali nei prossimi sei anni la torta - previo via libera della Gheddasconi Spa - è abbastanza grande per tutti.
Anche Gheddafi, come ovvio, ha il suo dividendo. L'Italia è il cavallo di Troia per portare la Libia fuori dall'isolamento nell'era in cui la liquidità, come dimostra il salvataggio delle banche Usa da parte dei fondi sovrani arabi, non ha più bandiere. Missione compiuta se è vero che persino a Londra - grazie a un'operazione di diplomazia sotterranea guardata con sospetto a Washington - l'abbinata politica-affari ha dato risultati insperati: la Gran Bretagna ha liberato un anno fa Abdelbaset Al Megrahi, l'ex 007 libico condannato per l'attentato di Lockerbie e il Colonnello ha dato subito l'ok alle trivellazioni Bp nel golfo della Sirte. Nessuno poi ha battuto ciglio nella City quando Tripoli ha rilevato il 3% della Pearson (editore del Financial Times) e fondato lungo il Tamigi un hedge fund. O quando il numero uno della London School of Economics è entrato tra gli advisor della Libian Investment Authority a fianco del banchiere Nat Rothschild e a Marco Tronchetti Provera.

Pecunia non olet. E anche l'(ex) dittatore Gheddafi non è più un appestato per le cancellerie internazionali. Il premier greco Georgios Papandreou è sbarcato qui per cercare aiuti. La Russia di Putin - altro alleato di ferro dell'asse Gheddafi-Berlusconi - si è aggiudicata fior di commesse a Tripoli come le aziende turche di Erdogan, altra new entry in questo magmatico melting pot geopolitico tenuto insieme, più che dagli ideali e dalla storia, dal collante solidissimo del denaro.

Tony Blair alla sinistra italiana: smettetela di parlare di scandali e tornate alla politica

«Devo stare attento a non fare accadere un incidente diplomatico». Così Fabio Fazio parlava con il pubblico alle 15,30 nello studio tv3 della Rai di Corso Sempione a Milano, prima di registrare la puntata di Che tempo che fa con l'ex primo ministro britannico Tony Blair andata in onda su Rai 3.

Ancora prima, scherzando con i giornalisti presenti, Fazio ha detto che si sarebbe aspettato una manifestazione dei Radicali fuori dalla sede Rai e invece niente. Per la verità la manifestazione era stata minacciata nei giorni scorsi dal movimento di Pannella qualora Fazio non avesse posto una specifica domanda a Blair: «Lei sapeva dell'esistenza di un condotto umanitario per mandare in esilio Saddam Hussein, con conseguente inutilità di una guerra in Iraq?». La domanda Fazio l'ha fatta, nonostante si aspettasse la risposta «Non lo so». Così non è stato. La risposta è stata che Saddam Hussein andava eliminato perché era troppo pericoloso, visto la quantità di morti che aveva sulla coscienza. Ancora a microfoni spenti, poco prima di andare in onda. «Ha segnato la Samp? E vai!» (Fazio è tifoso della squadra di Genova). Poi dialoghi interlocutori in inglese e francese con l'ex premier, prima dell'inizio dell'intervista con la presentazione del libro di Blair "In viaggio" che sta vendendo molto bene.

Partiamo dal libro, "In viaggio" primo in classifica. Nel 53 Winston Churchill con la sua biografia vinse il premio Nobel per la letteratura. Mah, sono contento che il libro venda perché è scritto in modo diverso dal solito, ho voluto che fosse un racconto intimo ed umano.

Devo dire che ho trovato sorprendente il suo libro. Non si può essere d'accordo con alcune sue scelte, ma siamo rimasto sorpresi per la franchezza da lei dimostrata verso i lettori. So anche che ci sono state contestazioni e alcune presentazioni del libro sono addirittura saltate. Nel corso dei miei dieci anni di mandato – dal 1997 al 2007 – ho gestito numerose problematiche ed è inevitabile che a qualcuno non siano piaciute. Cosa del genere accadono anche in Italia.

In Italia la situazione è un po' diversa. Qui ci si diverte molto, barzellette, racconti… Sì, mi piace, va sempre bene avere un po' di humor in politica.

Uno dei temi centrali del suo libro è il tema della guerra dell'Iraq che compare continuamente nella sua narrazione. C'è un Tony Blair prima e un Tony Blair dopo la guerra? Non ho capito se lei è convinto di avere fatto la cosa giusta o se il dubbio è il suo stato permanente. Bella domanda, non avrei pensato che avrei dovuto prendere una decisone importante come questa. Durante il mio mandato sono arrivato a gestire quattro conflitti, Iraq, Afghanistan, Kosovo e Sierra Leone, conflitti analizzati e analizzati continuamente e penso di avere fatto la cosa giusta.

Il suo successore al partito Labour, Ed Miliband, ha detto che è stato un errore la partecipazione alla guerra. Ho vinto le elezioni anche dopo l'inizio della guerra in Iraq, nel 2005. Guardi anche in Afghanistan la situazione è difficile, ma una delle cose più importanti per i leader dei grandi paesi è imparare a gestire queste problematiche e rispettarci anche se non si è d'accordo. In Yemen e in Somalia abbiamo problematiche analoghe. Nel libro cerco di descrivere questi eventi e spiegare da un punto di vista umano cosa significhi prendere queste decisioni. Il punto è che i politici vengono percepiti come dei marziani ma invece siamo essere umani come gli altri e abbiamo la grande responsabilità di prendere queste decisioni.

L'ispettore Onu Hans Blick ha recentemente detto che non esistevano prove dell'esistenza di armi di distruzione di massa. Se si rilegge la relazione di Hans se ne deduce che non aveva ottenuto le interviste che doveva ottenere. Il dibattito sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq continuerà ancora a lungo. Togliere di mezzo Saddam è stato difficile, ma non dimentichiamo quello che era Saddam: aveva le armi di distruzione chimica di massa. Ce ne siamo liberati in due mesi perché, in quel momento, era il problema numero uno. Personalmente penso che abbiamo fatto bene a fare quello che abbiamo fatto con Saddam.

Dopo l'11 settembre i grandi della terra avete preso in considerazione che la risposta potesse essere diversa da quella militare? Certo che si prendono in considerazione le opzioni non militari, ma sono convinto di avere fatto la scelta giusta. Sono morte 3mila persone nelle strade di New York in un giorno solo. Se fossero state 30mila o 300mila? Non è più possibile assumersi il rischio di questo estremismo. Dobbiamo combatterlo faccia e faccia ma dove è possibile provvedere con la diplomazia bisogna usare questo strumento.

Alcune persone mi hanno scritto per chiederle se non pensa che sfruttando un corridoio umanitario si potesse salvare Saddam Hussein e se oggi fosse vivo sarebbe un fattore di maggiore sicurezza. Toglierlo di mezzo è stato molto difficile. Non dimentichiamoci che durante la sua permanenza al potere ci sono stati decine di migliaia di morti. Trattenerlo lì sarebbe stato peggio. Il giudizio definitivo su cosa era giusto fare verrà con il tempo ma i politici devono fare di tutto per creare un paese migliore.

Volevo farle una domanda ingenua. So che lei è abituato a rispondere a domande scomode. Una volta in un programma Mtv dei ragazzini le fecero domande molto scomode a cui le rispose. Alla Bbc lo scorso 2 settembre ha detto che se l'Iran continuasse a sviluppare armi nucleari la risposta dell'Occidente sarebbe inevitabile. Perché solo l'Occidente può avere armi nucleari? Stessa cosa vale per la pena di morte. Personalmente io sono ovviamente contro la pena capitale, ma bisogna vedere quale sia la natura del regime che si voglia assicurare la bomba atomica: leggetevi i recenti interventi del presidente iraniano alle Nazioni Unite in cui dice che l'11 settembre è frutto del lavoro dei servizi segreti. Per me non è il caso che personaggi del genere abbiano la bomba atomica. In Medio Oriente sono molto più preoccupati dell'Iran che del conflitto mediorientale.

Il 6 luglio 1982 a 30 anni e due mesi lei tenne il suo primo discorso in parlamento dicendosi socialista perché il socialismo è essere razionale e morale, perché è per la cooperazione e non per la competizione, per l'amicizia e non per la paura e perché sostiene l'uguaglianza. Si sente ancora socialista? Sì, ci vuole una definizione basata sui valori. Il grosso problema che ha la sinistra è l'impossibilità di discernere tra valori che non hanno tempo e la capacità di tradurli in una realtà sociale. Le politiche della sinistra dovrebbero cambiare insieme alla realtà.

A pagina 50 del suo libro, sono arrivato a pagina 715 su 821, lei dice che suo padre era stato povero, apparteneva alla classe operaia e voleva diventare un borghese. Nel momento in cui il socialismo riesce a fare questo il suo compito storico è finito? Dovremmo essere in grado di stimolare che le persone siano ambiziose e che migliorino se stesse e le proprie famiglie e ciò non è in contraddizione con l'essere comprensivi e generosi. Sono diventano leader dopo quattro sconfitte. Dopo l'ultima delle quali stavo parlando con alcune persone che mi dicevano «Tra coloro che ti hanno votato contro cosa c'è che non funziona in loro?», gli ho risposto che dovevamo vedere cosa non funzionava nel nostro partito e che avremmo vinto le elezioni quando saremmo riusciti a offrire non quello che vorremo essere ma quello che la vita è.

In Italia si scrive da molti parti che la Sinistra è alla ricerca di un papa straniero, lei sta andando via o qualcuno l'ha trattenuta? Ho già avuto abbastanza problemi a fare il capo del partito laburista inglese. Alcuni miei amici di sinistra mi chiedono «Come facciamo a battere Silvio?» la mia risposta è «Smettetela di parlare di scandali e parlate di politica». Si crede che la gente sia interessata a tutto quello che i media riportano, in realtà, in base alla mia esperienza, la gente butta i giornali come carta straccia e vota in base ai programmi elettorali.

A proposito di Labour, Milliban dice che in politica bisogna essere ottimisti, cosa ne pensa? L'ottimismo è una qualità importantissima in politica, quando prendo un aereo non voglio che il pilota sia depresso, o perlomeno non voglio saperlo, vorrei piuttosto un pilota che controllasse l'aereo. Non bisogna sempre parlare di problemi.

I suoi rapporti con Berlusconi sono buoni? I miei rapporti con il premier sono buoni, probabilmente adesso diventerò molto impopolare ma devo dire che ormai sono aldilà del bene e del male, non dico solo le cose che la gente si vuole sentire dire. Quando ero primo ministro e Silvio presidente del Consiglio è stato un buon amico del mio Paese e, quando ha detto che avrebbe fatto qualcosa per noi, la sua parola l'ha mantenuta. In politica internazionale ci si preoccupa meno se il politico è di sinistra o di destra, di più se può cooperare come tu vorresti. La seconda cosa è che la politica può essere molto noiosa, così come anche le riunioni e i discorsi dei politici. Lei può dire quello che vuole di Silvio, ma non è stato mai noioso. Ha divertente alle nostre riunioni.

Per un premier è più importante avere determinazione o dubbi? Si devono sempre avere dubbi prima di decidere ma poi un leader le decisioni le deve prendere e allora deve essere determinati altrimenti non sei un leader.

Nel suo libro parla con molta sincerità dei sui momenti di debolezza. Negli ultimi tempi a Downing Street l'alcool era diventato una consolazione, penso ai suoi rapporti con Gordon Brown… Le manca il tempo trascorso come primo ministro? Ci sono stati momenti difficili. Ciò che faccio ora mi piace moltissimo: lavoro per portare la pace in Medio oriente, l'Africa, la mia fondazione per promuovere il rispetto tra le religioni, ma a volte confesso mi manca la politica.

E' realistica l'affermazione di Obama per cui entro un anno è possibile arrivare alla pace in Medio Oriente ? Il presidente americano ha messo al centro del suo programma la volontà di centrare questo obiettivo e sa che la gente vuole la pace. Vi invito tutti a visitare la Terra santa, capisci come le sacre scritture scrivano di posti bellissimi come le colline di Gerico dove vedi a est il Mar Morto e più vicino il palazzo di Erode e a ovest la luce di Gerusalemme.

Lei sta facendo molto per la pace in Medio Oriente. Il XX secolo è stato dominato dagli estremi: comunismo, fascismo. Il XXI non sarà dominato dall'ideologia politica ma da religione e cultura. Se prendiamo gli israeliani e prendiamo i palestinesi entrambi vogliono la pace che, se dovesse arrivare, costituirebbe un enorme segnale di coesistenza pacifica in tutto il mondo. L'unica strada per arrivare alla pace e alla sicurezza è dare sovranità allo stato palestinese.

Tony Blair, in conclusione, ha anche confermato che il figlio Leo fu concepito durante un (freddo) soggiorno nella residenza della regina Elisabetta II, a Balmoral. «Credo che la cosa sconvolgente fosse che un politico potesse fare sesso con la moglie», ha raccontato alludendo alle polemiche suscitate a suo tempo dalla rivelazione fatta dalla moglie Cherie Boots. Blair ha anche raccontato alcuni aneddoti come quando inciampò nel tappeto di Buckingham Palace e cadde addosso alla regina durante la «cerimonia del bacio», prima del suo insediamento come premier, nel 1997. E di quando, dieci anni dopo, lasciando Downing Street, la moglie - presente in sala durante la registrazione- a un giornalista che le chiedeva cosa le sarebbe mancato di più, rispose: «Non tu».

La puntata di ieri di Che tempo che fa che ieri sera ha ottenuto 3.881.000 spettatori con il 14,29% di share. La seconda puntata del talk show condotto da Fabio Fazio, prodotto da RaiTre in collaborazione con Endemol Italia, che ieri ospitava anche Silvio Orlando e, in chiusura, come ogni domenica, Luciana Littizzetto, ha raggiunto picchi vicini ai 7 milioni e superiori al 24% di share (il più alto alle 21:37 con 6.913.000 spettatori e il 24,53% di share).

Miliband: cambierò il Labour ma non sono «Ed il rosso»

«Il mondo è cambiato intorno a noi ma il New Labour no. Ha perso la sua capacità di adattamento fino al punto di divenire esso stesso nuovo establishment». Per l'epitaffio sulla tomba di un mito della politica inglese ed europea, basta un sorriso sulle labbra e poche parole scandite dinanzi ad una platea rimasta, in quell'istante, muta. Ed Miliband, 40 anni, con grazia e infinito sense of humour ha accompagnato alla porta i suoi predecessori Tony Blair e Gordon Brown e ha ricordato a tutti le future regole del gioco.

Le sue. Quelle di un nuovo leader che rigetta l'etichetta di "Ed the Red", ma indugia sulle parole d'ordine della sinistra arrivando ad evocare, indirettamente, il gramsciano ottimismo della volontà, per disegnare un nuovo percorso politico. Lontano dal neolaburismo, lontano dalle leggi dell'old Labour che consegnarono il partito dell'allora leader Neil Kinnock all'eterna sconfitta contro i Tory di Margaret Thatcher. Il suo Labour è un oggetto ancora tutto da capire, progetto evolutivo e in evoluzione che ha una sola evidente urgenza: scartare dal passato prossimo.
Lo si capisce subito quando sale sul palco circondato da delegati poco più che adolescenti, accompagnato da un applauso non sempre deciso. Ed gioca con David, rievoca la storia personale di figli di un'immigrazione dolorosa come fu quella dei genitori ebrei in fuga dal nazismo. Poi attacca. «La nuova generazione del Labour che non si misura solo in termini anagrafici è differente negli atteggiamenti, nelle idee, nel modo di fare politica. Parliamo di me, Ed il Rosso? Per piacere andiamo oltre, cerchiamo di essere adulti».
E di cose da grandi ne ha per tutti. Per il New Labour, abbiamo detto, incapace di resistere alle sirene dell'establishment. Per i sindacati che, qualora fossero tentati, possono scordarsi il ritorno della clausola 4 del partito che poneva come obiettivo la «proprietà comune» dei mezzi di produzione cancellata da Tony Blair. E ancora per le Trade Unions, che dovranno «essere responsabili» e restare lontane dalla «retorica dello sciopero selvaggio» perché in questo caso non saranno sostenute «da me né dagli elettori». Ne ha anche per il mondo del business, invitato a ragionare «sul gap fra ricchi e poveri che danneggia, tutti non solo i poveri». Per questo Ed insiste sull'innalzamento del salario minimo, che rinomina «salario per la sopravvivenza». Gioca con la retorica ed era inevitabile, ma anche con i nervi scoperti di una società che rischia di perdere il senso della morale. «Non dobbiamo mai dare l'impressione - aggiunge - di conoscere il prezzo di ogni cosa, ma il valore di niente». Addio all'edonismo blairiano? Arrivederci almeno, suggerisce Ed Miliband invitando a rivoluzionare tutto, ma sopra ogni cosa le categorie tradizionali del ragionare politico. Non riesce a scrollarsi, dopo un'ora di discorso, l'aura di radicale. Anzi, la sensazione ultima del suo esordio nell'arena suprema della politica laburista, è che il suo sia stato un approccio nel segno di un riscoperto socialismo, parola che, però, non pronuncerà mai.
Ed Miliband scandisce quello che non vuole essere e, forse, non sarà, avvertendo tutti che la politica come la conoscevamo fino a ieri è «finita», travolta «dalla caduta di credibilità e di fiducia». Per questo annuncia che anche la sua opposizione a David Cameron sarà diversa, non cieca e assoluta. E il suo incedere politico sarà nel segno dell'ottimismo, convinto com'è che con lui stia davvero sbocciando un nuovo modo di condurre la cosa pubblica. Il partito lo seguirà? Per ora lo applaude con garbato riguardo e ombre di sospetto. Un partito, come ha sottolineato Massimo D'Alema, ospite al Congresso laburista, che «sembra sotto shock» per una nomina inattesa. Del destino del Miliband favorito per la corsa alla leadership, David, si saprà qualcosa probabilmente oggi. Crescono le voci che abbandoni la politica, occupata, ormai, da suo fratello minore. Ed il Rosso? Arancione, almeno. Molto, molto intenso.

Gran Bretagna: David Miliband potrebbe annunciare l'addio alla politica

da corriere.it

La moglie lo sta spingendo a lasciare: non sopporta il «tradimento» operato dal fratello

l'ex ministro degli esteri potrebbe puntare a diventare capo dell'fmi

Gran Bretagna: David Miliband potrebbe annunciare l'addio alla politica

La moglie lo sta spingendo a lasciare: non sopporta il «tradimento» operato dal fratello

David Miliband e la moglie (Reuters)
David Miliband e la moglie (Reuters)
MILANO - Se darà ascolto alla moglie, David Miliband mercoledì annuncerà l'addio alla politica. L'ex capo del Foreign Office battuto di un soffio dal fratello Ed nella guida del Labour non ha ancora deciso, ma se la sua compagna avrà partita vinta, rifiuterà il posto nel governo ombra che gli offre il fratello. Tutto merito (o demerito) di Louise Shakleton, violinista cresciuta negli Usa, che lo ha implorato di voltare pagina.

FRATELLI-COLTELLI - David, da buon fratello, si è seduto in prima fila ad ascoltare il discorso dell'insediamento del fratello e, con un sorriso tirato, ha fatto buon viso a cattivo gioco alla battuta che Ed gli ha riservato all'inizio del discorso: «Gli rubai il pallone da bambino, lui reagì nazionalizzandomi il trenino». Lunedì sua moglie era scoppiata a piangere dietro le quinte del discorso del marito al Congresso di Manchester. Troppa tensione, accumulata nei mesi della campagna per le primarie ed esplosa in una valle di lacrime dopo la vittoria di Ed che ha assistito al collasso emotivo - hanno detto testimoni al Daily Mail - con «attonito orrore». Secondo i media britannici, Louise è tra quanti stanno cercando di dissuadere David dall'accettare un posto, sia pure di primo piano (si parla del Cancelliere dello Scacchiera) nella nuova squadra all'opposizione. Sarebbe almeno la seconda volta che la violinista della London Symphony Orchestra induce il marito a tirarsi indietro in nome della vita privata: nel 2007 David rinunciò a tentare la successione a Tony Blair mentre la coppia cercava di adottare il secondo figlio Jacob negli Stati Uniti. Adesso che Ed ha fatto le scarpe al fratello «l'entourage di David è furibondo per il tradimento e Louise è tra questi», scrive il Daily Mail. «Non si capacita che Ed si sia imbarcato su una strada che poteva rovinare la carriera politica di David», ha scritto il Daily Telegraph. La violinista, che è nata nello Yorkshire ma è cresciuta negli Usa, ha la cittadinanza americana e ha suonato anche nell'orchestra dell'Opera di Roma. Conosce il marito da 15 anni: l'incontro avvenne su un volo Roma-Londra quando David cavallerescamente si offrì di aiutare Louise a mettere il violino nella cappelliera. Ora lei sarebbe tra quanti premono per un'uscita verso gli Stati Uniti dell'ex capo del Foreign Office: si parla di Washington, come nuovo capo dell'Fmi, se l'attuale direttore Dominique Strauss-Kahn dovesse lasciare per candidarsi nel 2012 all'Eliseo.

Miliband: "Ma quale Ed il rosso Il mio Labour non virerà a sinistra"

da repubblica.it

Il neonominato leader del partito di opposizione britannica intervistato dalla Bbc spiega il suo programma. A proposito del suo legame con i sindacati, determinanti nella vittoria: "Non sono l'uomo di nessuno". E sul blairismo: "Il New Labour fa parte del passato"

LONDRA - Il Labour non farà alcuna "virata a sinistra" e non sarà prigioniero dei sindacati. All'indomani della sua elezione a capo del partito laburista britannico, ed miliband spiega ai microfoni della televisione Bbc1 come intende guidare il partito, uscito pesantemente sconfitto dalle elezioni del maggio scorso. "L'era del New Labour (lanciato da Tony Blair nel 1993) fa parte del passato", ha sottolineato Miliband, indicando nella sua vittoria l'affermazione di "una nuova generazione". Tuttavia, il forte sostegno ricevuto dai sindacati nella sua corsa alla leadership laburista non si tradurrà in "una virata a sinistra del partito". "Non sono l'uomo di nessuno. Rispondo solo a me stesso. Su questo voglio essere chiaro", ha affermato. Poi ha aggiunto: "sinceramente, queste immagini (di me) come 'Ed il rosso' sono allo stesso tempo noiose e stupide".

L'elezione di Miliband ha avuto come proscenio l'inedito duello con il fratello maggiore David, già ministro degli Esteri di Brown. L'interrogativo del giorno dopo è quindi su quale sarà il ruolo dello sconfitto, per una manciata di voti, nel prossimo 'governo ombra'. Ed Miliband prende tempo: "Credo abbia bisogno di tempo per pensare a quale contributo può dare. Io credo che possa dare un enorme contributo alla politica britannica". Miliband ha quindi annunciato di voler guidare un'opposizione "responsabile: "Non mi opporrò a ogni taglio proposto dal governo". Bisogna ridurre il deficit di bilancio, ha ammesso il nuovo leader laburista, ma a "un ritmo prudente, un ritmo che aiuti l'economia e non la metta in pericolo".