09/03/2009
Staminali, cancellati i divieti. Obama: alleviare sofferenze
l presidente Usa: «Da credente penso che sia necessario alleviare le sofferenze. No alla clonazione umana»
| Barack Obama |
LINEE GUIDA - L'ordine esecutivo dà ora 120 giorni al National Institute of Health (Nih, il cuore della ricerca scientifica americana) per mettere a punto le linee guida delle modalità con cui verranno distribuiti i finanziamenti federali. «La completa potenzialità della ricerca sulle cellule staminali - ha spiegato Obama - resta sconosciuta, e non deve essere esagerata. Ma gli scienziati ritengono che queste piccole cellule possano avere il potenziale di aiutarci a capire, e possibilmente a curare, alcune delle più devastanti condizioni mediche e malattie». Il presidente americano ha sottolineato di non poter «promettere che troveremo i trattamenti e le cure che cerchiamo», ma ha garantito che la sua amministrazione farà tutto il possibile per favorire la ricerca, agendo «in modo attivo, responsabile, e con l'urgenza necessaria per recuperare il tempo perduto». Obama ha aggiunto che il governo americano sosterrà anche le «ricerche promettenti» sulle cellule staminali adulte.
NO ALLA CLONAZIONE - Dal presidente Usa arriva però un secco «no», nel modo più assoluto, alla clonazione umana. «Posso promettervi che non intraprenderemo mai alla leggera la ricerca scientifica - ha aggiunto - perché la sosterremo solo quando sia scientificamente valida e condotta responsabilmente». Per questo «svilupperemo regole severe che rispetteremo scrupolosamente perché non tollereremo abusi. E ci accerteremo che il nostro governo non apra mai la porta all’uso della clonazione per la riproduzione umana. È pericoloso, profondamente sbagliato e non ha posto nella nostra società o in nessuna società».
DEDICA - Obama ha dedicato la decisione sulle staminali alla coppia di attori scomparsi Christopher e Dana Reeve . L'ex 'Superman', morto nel 2004, e la moglie, uccisa da un tumore due anni dopo, sono stati due strenui protagonisti della battaglia per favorire la ricerca sulle staminali. «Vorremmo che fossero con noi in questo momento», ha detto Obama. Christopher Reeve, ha affermato Obama, non ha avuto la possibilità come sperava di veder sviluppare farmaci che gli permettessero di tornare a camminare. «Ma se perseguiamo questa ricerca - ha aggiunto il presidente - forse un giorno, forse non durante la nostra vita, o nemmeno durante quella dei nostri figli, ma forse un giorno altri come lui potrebbero farcela».
corriere.it
21:04
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01/03/2009
Obama dichiara guerra a lobby e Gordon Brown il primo leader europeo ad incontrarlo
(Apcom) - Fin dalla campagna elettorale, Barack Obama ha detto chiaro e forte agli Stati Uniti che la sua presidenza avrebbe rappresentato un cambio di rotta radicale rispetto al passato, alle politiche e ai poteri forti di Washington. Ora che ha presentato una manovra economica mastodontica - 3.600 miliardi di dollari per l'anno fiscale 2010 che inizierà il prossimo primo ottobre - l'imperativo è fare approvare la finanziaria, superando le pressioni delle lobby alle quali il presidente americano ha inviato un messaggio preciso: sono pronto a combattere.
"Il sistema attuale funziona per i potenti e per gli interessi che hanno governato Washington per troppo tempo. Non per me: io lavoro per il popolo americano", ha detto Obama nel suo intervento settimanale alla radio e su internet in cui ha ribadito che la sua finanziaria potrà aiutare milioni di americani, ma solo se il Congresso supererà la resistenza delle lobby che cercano di influenzare i deputati. "So che questi progetti si scontrano con gli interessi particolari e con i lobbisti che agiscono alla vecchia maniera e so che si stanno preparando a combattere. Ma il mio messaggio è questo: sono pronto anch'io", ha detto Obama.
Senza usare mezzi termini, ha ricordato le promesse della sua campagna elettorale, quando aveva preannunciato una riforma fiscale che avrebbe tagliato le tasse per il 95 per cento degli americani, alzando al contempo quelle per i cittadini che guadagnano più di 250.000 dollari all'anno. "Questa finanziaria fa esattamente questo", ha detto Obama, spiegando che "è il cambiamento per il quale gli americani hanno votato a novembre", spiegando che la manovra economica fissa le basi per una radicale ristrutturazione del sistema attuale, attraverso cambiamenti nei campi dell'assistenza sanitaria, della politica energetica e dell'istruzione.
Del resto, l'obiettivo della finanziaria - una bozza di 134 pagine a cui farà seguito il monumentale documento finale atteso tra la metà e la fine di aprile - è ridare stabilità alla situazione economica del Paese. Obama, come promesso durante la campagna elettorale, alzerà dunque le tasse ai cittadini più abbienti, ridurrà quelle della classe media e andrà verso la riforma sanitaria tramite la creazione di un fondo da 634 miliardi di dollari che dovrebbe rappresentare una sorta di "acconto" sulle spese che dovranno essere sostenute. Il presidente ha inoltre chiesto lo stanziamento di ulteriori 250 miliardi di dollari per completare la manovra di soccorso del mercato finanziario e del comparto bancario americano. I fondi si andrebbero ad aggiungere ai 700 miliardi di dollari già stanziati nell'ambito del Tarp, il piano di soccorso varato dall'amministrazione Bush e che il Governo Obama intende appunto modificare.
Obama è comunque consapevole del fatto che "i gruppi di pressione faranno opposizione in maniera furiosa" e che "far passare la finanziaria, anche con un Congresso controllato dai Democratici non sarà facile, perché rappresenta un vero e radicale cambiamento e anche una minaccia allo status quo di Washington". Nonostante questo, il presidente ha ribadito il suo impegno: "Non sono qui per fare quello che è stato fatto in passato e neppure per fare solo piccoli passi in avanti. Sono qui per cambiare le cose", ha detto Obama, che intende farlo proprio a partire dalla manovra economica, che "farà crescere l'economia, rafforzerà la classe media e manterrà vivo il sogno americano per quelle persone che credono in questo viaggio dal giorno in cui è iniziato".
(Apcom)- La palma è spettata alla fine al premier britannico Gordon Brown: sarà lui il primo leader europeo alla Casa Bianca di Barack Obama. Il primo ministro di Londra sarà domani a Washington e secondo quanto afferma in una lettera aperta oggi al Sunday Times, offrirà al presidente degli Stati Uniti un "New Deal mondiale" per far ripartire l'economia planetaria.
Brown, rappresentante del più fido degli alleati in Ue, viene quindi ricevuto prima della cancelliera tedesca Angela Merkel o del presidente francese Nicolas Sarkozy e cerca di rilanciare la relazione speciale vissuta negli anni di Tony Blair al governo con l'amministrazione di George W. Bush.
Al centro del dibattito, la crisi economica e l'Afghanistan, per cui Brown promette di appoggiare gli sforzi americani verso l'ottenimento di maggiori rinforzi da parte degli alleati. D'altra parte Londra non intende incrementare i suoi 8.000 uomini nel paese: "al momento attuale non abbiamo richieste in tal senso" ha affermato mercoledì scorso il ministro degli Esteri David Miliband nel corso di una visita a sorpresa a Kabul. Secondo quanto scrive oggi la stampa britannica, Obama infatti non chiederà altre truppe al Regno Unito, ma cercherà di persuadere i partner dell'Alleanza, in particolare Francia e Germania, a un maggiore impegno sia in termini di effettivi che di dispiegamento in zone di combattimento.
"Credo che non ci siano sfide troppo difficili per l'America, la Gran Bretagna e il mondo se lavoriamo insieme" ha scritto il primo ministro sul Sunday Times. "E' per questo che discuteremo questa settimana di un New Deal mondiale, il cui impatto possa estendersi dai villaggi dell'Africa alla riforma delle istituzioni finanziarie di Londra e New York".
Londra si prepara il 2 aprile ad accogliere un vertice del G20 cruciale per trovare soluzioni alla crisi mondiale. Prima del vertice, "devono esserci obbiettivi solidi e condivisi fra Gran Bretagna e Stati Uniti" ha detto alla stampa a Washington un diplomatico britannico. Di conseguenza, Brown presenterà alla Casa Bianca le sue idee per "ripulire e riformare la finanza mondiale". Brown, ex ministro delle Finanze di Tony Blair, vuole un irrigidimento delle regole bancarie e una riforma del Fondo monetario internazionale e della crisi mondiale.
D'altro canto il premier britannico in difficoltà nei sondaggi spera di tornare da Washington portandosi dietro un po' della popolarità di Barack Obama. Tanto più nell'occasione di massima visibilità, quando mercoledì si rivolgerà alle due Camere riunite del Congresso statunitense; sarà il quinto premier britannico nella storia ad avere questo onore.
I due leader parleranno anche della strategia da adottare in Afghanistan e del summit del 60esimo anniversario della Nato, dal 3 al 5 aprile a Baden-Baden (Germania) e Strasburgo (Francia).
La Gran Bretagna ha 8.000 soldati in Afghanistan, il secondo contributore dopo gli Stati Uniti che ne contano 38.000. Martedì scorso, Obama ha annunciato l'invio di altri 17.000 soldati in più entro l'estate.
19:03
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14/02/2009
Approvato il piano Obama da 787 mld dollari
Sul progetto anti-crisi, contenuto in 800-1.000 pagine e che e' - ha avvertito Barack Obama - ''solo l'inizio'' per tornare a far girare l'economia, e' alta l'attenzione, soprattutto sulla riformulazione della clausola 'Buy America', che nelle ultime settimane ha scatenato polemiche. Secondo indiscrezioni, il pacchetto frutto del compromesso raggiunto fra Camera e Senato su uno stimolo da 787 miliardi di dollari dovrebbe prevedere una riformulazione della clausola, stabilendo che i Paesi che hanno accordi commerciali con gli Usa possano fornire alcuni prodotti. Sarebbero - secondo alcune lobby contrarie alla revisione - le agenzie governative a dover determinare gli acquisti, rischiando cosi' - avvertono - di ''rallentare gli acquisti e i progetti che lo stimolo'' dovrebbe invece favorire.
Dei 787 miliardi, circa il 38% andra' in sgravi fiscali, il 24% alla spesa e il 38% agli aiuti. La voce piu' consistente del capitolo spesa dovrebbero essere i 29 miliardi destinati alla costruzione e all'ammodernamento di strade e ponti. Nel pacchetto dovrebbe figurare anche un blocco dei bonus per i top manager delle banche che hanno gia' ricevuto aiuti dal Governo: l'emendamento presentato dal senatore Chris Dodd fissa i bonus a un terzo del compenso totale e stabilisce che siano distribuiti sotto forma di titoli. ''Siamo in tempi duri: le sfide economiche sono varie e vaste'', spiega Obama al Business Council, organismo indipendente creato nel 1993 per offrire consigli e raccomandazioni al governo. ''Abbiamo la chance, che capita una volta ogni generazione, di agire in modo forte, trasformare le avversita' in opportunita' e usare la crisi come chance di trasformare la nostra economia per il 21mo secolo''. Il pacchetto, il cui obiettivo - ha ribadito Obama - e' quello di creare occupazione, e' ''solo l'inizio'' per far tornare a girare l'economia: lo stimolo e' un investimento per la crescita. ''La nostra ripresa sara' misurata - ha aggiunto - in anni e non in mesi''.
E, per un ripresa, e' fondamentale stabilizzare anche i mercati finanziari, per i quali e' stato messo a punto dal segretario al Tesoro, Timothy Geithner, un piano molto criticato, e accolto gelidamente dal mercato. Lawrence Summers, consigliere economico di Obama, ha evidenziato come per il fondo pubblico-privato per l'acquisto di asset tossici e' gia' stato espresso interesse da parte di alcuni investitori. Inoltre - ha aggiunto - al fondo possono partecipare anche investitori stranieri.
19:03
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27/01/2009
«Barack figlio del microcredito»
Il Nobel Yunus racconta l'analogo impegno svolto dalla madre dell'attuale presidente
«Non so se sarà all'altezza delle aspettative. So però che la sfida più importante Obama l'ha già vinta».
Ah sì! E qual è?
«Ha ridestato la fiducia che le cose possano cambiare: che il mondo si possa cambiare ».
Detto da Muhammad Yunus, il «banchiere dei poveri», l'economista bengalese premio Nobel per la pace, è un bell'attestato di stima. Lui che della fiducia ha fatto l'architrave del «suo» microcredito sa bene quali rivoluzioni sappia innescare, quali risorse inaspettate e potenzialità sia capace di smuovere e mettere in campo questa fede nel cambiamento.
Sono passati oltre trent'anni — era il 1976 — da quando fondò in Bangladesh la Grameen Bank, prima banca al mondo a concedere prestiti ai derelitti basandosi non su garanzie di solvibilità ma sulla fiducia. «In Bangladesh, dove non funziona nulla, il microcredito funziona come un orologio svizzero » va ripetendo Yunus. Un sistema virtuoso raccontato nel bestseller Il banchiere dei poveri che, diversamente dall'elemosina, risveglia lo spirito di imprenditorialità anche nei mendicanti.
Obama ha vinto l'apartheid politico, lei lavora per eliminare l'apartheid finanziario.
Con Obama alla Casa Bianca è più vicino il «suo» mondo senza povertà?
«Obama non è soltanto il primo presidente nero degli Stati Uniti. Non è stato scelto perché nero, ma perché parla di cose che la gente sente intimamente. Dopo otto anni di frustrazione totale davanti a un mondo alla deriva, Obama è diventato il simbolo della speranza che il mondo può ritrovare la rotta. Ha convinto non solo gli Stati Uniti ma il mondo intero che lui è il timoniere che può traghettare con successo l'umanità nel nuovo secolo e nel nuovo millennio. La gente si aspetta che indichi la rotta non solo dei prossimi quattro anni».
D'accordo. Ma Obama può aiutare a costruire un mondo senza povertà?
«Non lo so, ma è la sua promessa che conta. Ha detto "so cosa avete nel cuore, sento le stesse cose e posso metterle in atto" e la gente gli ha creduto. Questa è la parte più entusiasmante della vicenda, per il resto quattro anni nella storia del mondo sono poca cosa. Comunque la mia strada per arrivare a un mondo senza povertà non gli è sconosciuta. Anzi. Sua madre era in prima linea nel microcredito in Indonesia e lui, bambino, era con lei, la vedeva darsi da fare. È stato un imprinting molto forte. Rafforzato da persone in posizione influente ora nel suo governo, come Hillary Clinton, anche lei devota al microcredito quando era First Lady dell'Arkansas. Non è qualcosa che ha imparato sui libri ma nella pratica, era coinvolta in progetti concreti».
Lei ha conosciuto la mamma di Obama?
«Avremmo dovuto incontrarci alla conferenza mondiale sulle donne di Pechino, nel settembre 1995. Doveva fare un intervento per mostrare quanto bene può fare prestare piccole somme di denaro alle donne povere, quanto affidabili fossero nei pagamenti e quanto efficacemente usassero i soldi ricevuti per far star meglio le loro famiglie. Ma Ann Dunham era gravemente malata e rimase bloccata a casa, alle Hawaii, sofferente per il cancro che la stava consumando. Sarebbe morta due mesi dopo. Poco prima del suo ritiro, il suo gruppo concordò che ci voleva un avvocato per la causa e scelse l'allora first lady Hillary Clinton. Non fu difficile convincerla visto che come first lady dell'Arkansas la Clinton aveva già promosso uno dei miei progetti. Fu Hillary a intervenire al suo posto a Pechino».
(Due anni dopo la Clinton aiutò a lanciare la campagna per estendere il microcredito a 100 milioni di famiglie, un obiettivo che fu lanciato a Pechino e raggiunto nel 2006).
Ricordiamo l'amministrazione Clinton alle prese con grandi sfide su più fronti, dal gap tecnologico all'invecchiamento della popolazione. Quella di Obama rischia secondo lei invece di essere concentrata e appiattita sull'economia, condizionata com'è dalla grande crisi?
«Non vedo questo rischio. Obama si è messo in una posizione per cui miliardi di persone dicono: "Quest'uomo mi sta parlando". Ci sono miliardi di speranze sulle sue spalle e ora lui deve tenerne conto. Che intenda distribuire le sue energie su più fronti lo dimostrano anche i suoi primi gesti da presidente: ha esordito con istanze simboliche come Guantanamo. La sua lunga campagna elettorale lo ha preparato per questo. Girando e incontrando tante persone ha avuto la possibilità di affrontare tutte le questioni più importanti. È stata una grande fortuna, visto che non aveva avuto modo di prepararsi prima. Non credo che farà errori».
Alessandra Muglia-CORRIERE.IT
Muhammad Yunus
Muhammad Yunus (in lingua bengalese: Muhammod Iunus) (Chittagong, 28 giugno 1940) è un economista e banchiere bengalese.
È ideatore e realizzatore del microcredito, ovvero di un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali. Per i suoi sforzi in questo campo ha vinto il premio Nobel per la Pace 2006. Yunus è anche il fondatore della Grameen Bank, di cui è direttore dal 1983.
Yunus consegue la Laurea in Economia presso l’Università di Chittagong (Bangladesh) e in seguito il Dottorato di Ricerca in Economia presso l'Università Vanderbilt di Nashville (Tennessee, U.S.A.) nel 1969. È stato professore di Economia presso la Middle Tennessee State University, U.S.A., dal 1969 al 1972, quindi direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Chittagong (Bangladesh) dal 1972 al 1989.
Verso la metà del 1974 il Bangladesh fu colpito da una violenta inondazione, a cui seguì una grave carestia che causò la morte di centinaia di migliaia di persone. Il paese è periodicamente devastato da calamità naturali e presenta una povertà strutturale in cui il 40% della popolazione non arriva a soddisfare i bisogni alimentari minimi giornalieri. Fu in quest'occasione che Yunus si rese conto di quanto le teorie economiche che egli insegnava fossero lontane dalla realtà. Decise, dunque, di uscire nelle strade per analizzare l’economia di un villaggio rurale nel suo svolgersi quotidiano. La conclusione che egli trasse dall'analisi fu la consapevolezza che la povertà non fosse dovuta all'ignoranza o alla pigrizia delle persone, bensì al carente sostegno da parte delle strutture finanziare del paese. Fu così che Yunus decise di mettere la scienza economica al servizio della lottà alla povertà, inventando il microcredito.
Il suo primo prestito fu di solo 27 dollari USA, che prestò ad un gruppo di donne del villaggio di Jobra (vicino all'Università di Chittagong), che producevano mobili in bambù. Esse erano costrette a vendere i prodotti del loro lavoro a coloro dai quali avevano preso in prestito le materie prime ad un prezzo da essi stabilito. Questo riduceva drasticamente il margine di guadagno di queste donne e le condannava di fatto alla povertà. D'altra parte, le banche tradizionali non erano (e non sono) interessate al finanziamento di progetti tanto piccoli che offrivano basse possibilità di profitto a fronte di rischi elevati. Soprattutto le banche non avevano alcuna intenzione di concedere prestiti a donne, tanto più se non potevano offrire garanzie.
Yunus e i suoi collaboratori cominciarono a battere a piedi centinaia di villaggi del poverissimo Bangladesh, concedendo in prestito pochi dollari alle comunità, somme minime che servivano per attuare iniziative imprenditoriali. Tale intervento ha avviato un circolo virtuoso, con ricadute sull'emancipazione femminile, avendo Yunus fatto leva sulle donne affinché fondassero cooperative che coinvolgessero ampi strati della popolazione.
Il "sistema Yunus" ha provocato un cambiamento di mentalità anche all'interno della Banca Mondiale, che ha cominciato ad avviare progetti simili a quelli della Grameen. Il microcredito è diventato così uno degli strumenti di finanziamento utilizzati in tutto il mondo per promuovere lo sviluppo economico e sociale, diffuso in oltre 100 Stati, dagli Stati Uniti all'Uganda. "In Bangladesh, dove non funziona nulla - disse una volta Yunus - il microcredito funziona come un orologio svizzero".
Nel 1976 Yunus fondò la Grameen Bank, prima banca al mondo ad effettuare prestiti ai più poveri tra i poveri basandosi non già sulla solvibilità, bensì sulla fiducia.
Da allora, la Grameen Bank ha erogato più di 5 miliardi di dollari ad oltre 5 milioni di richiedenti. Per garantirne il rimborso, la banca si serve di gruppi di solidarietà, piccoli gruppi informali destinatari del finanziamento, i cui membri si sostengono vicendevolmente negli sforzi di avanzamento economico individuale ed hanno la responsabilità solidale per il rimborso del prestito.
Con il passare del tempo la Grameen Bank ha realizzato soluzioni diversificate per il finanziamento delle piccole imprese. Oltre al microcredito, la banca offre mutui per la casa e per la realizzazione di moderni sistemi di irrigazione e di pesca, nonché servizi di consulenza nella gestione dei capitali di rischio e, alla stregua di ogni altra banca, di gestione dei risparmi.
Il successo della Grameen ha ispirato numerosi altri esperimenti del genere nei paesi in via di sviluppo e in numerose economie avanzate. Il modello del microcredito ideato dalla Grameen è stato applicato in oltre 20 Paesi in Via di Sviluppo: molti di questi progetti, come avviene per la Grameen stessa, sono imperniati soprattutto intorno al finanziamento di imprese femminili. Più del 90% dei prestiti della Grameen è infatti destinato alle donne: tale politica è motivata dall'idea che i profitti realizzati dalle donne siano più frequentemente destinati al sostentamento delle famiglie.
13:37
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26/01/2009
Obama: via libera ad auto meno inquinanti e che consumano di meno
Rivista la decisione di Bush: la California ed altri 13 Stati potranno porre limiti alle emissioni dei veicoli
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| Barack Obama |
MINORI CONSUMI - L'ordine esecutivo di Obama disporrà che l'Environmental Protection Agency, Epa, riconsideri il rifiuto prima espresso alla richiesta di approvazione della misura dei 14 stati, che sotto la guida del governatore Arnold Schwarzenneger erano fortemente critici delle posizioni assunte dal precedente presidente, George W. Bush in materia ambientale. Obama darà istruzioni al dipartimento Usa dei Trasporti di sbloccare i nuovi regolamenti in modo da permettere di raggiungere nel 2011 migliori standard di efficienza sul fronte dei consumi dei carburanti auto. In pratica le auto dovranno consumare di meno ed emettere meno gas nocivi.
CONSEGUENZE - La misura, che è stata fortemente osteggiata dall'industria automobilistica, imporrà alle case automobilistiche di inziare a produrre e vendere auto meno inquinanti. Dal punto di vista politico, l'annuncio servirà ad Obama a rafforzare, in meno di una settimana, la sensazione di una netta svolta rispetto all'amministrazione Bush su tutte le principali politiche, sicurezza e politica estera - con il piano del ritiro dall'Iraq e l'ordine della chiusura di Guantanamo - politica interna - con l'abolizione della legge che vieta i finanziamenti alle Ong che promuovono l'aborto - ed ora sul fronte dell'ambiente.
Aborto e staminali, un' altra decisone di Bush cancellata da Obama
Soldi alle ong favorevoli all'interruzione di gravidanza. L'Agenzia per i farmaci «anticipa» la svolta sulla ricerca
WASHINGTON - La chiamano «global gag rule», la regola del bavaglio globale, perché proibisce la concessione di fondi federali americani a qualunque gruppo internazionale di pianificazione familiare, che osi anche soltanto discutere dell'aborto come possibilità teorica, men che meno consigliarlo. Ufficialmente conosciuta come «Mexico City policy», fu introdotta da Ronald Reagan nel 1984. Bill Clinton la abolì nel 1993. George W. Bush la riportò in vita nel 2001. Il neo-presidente Barack Obama l'ha nuovamente cancellata, con un ordine esecutivo. Da questo momento l'Usaid, l'Agenzia americana per l'aiuto allo sviluppo, potrà di nuovo inserire nella lista dei suoi beneficiari anche quelle organizzazioni attive in tutto il mondo, che in tema di controllo delle nascite danno informazioni o consigliano l'aborto come soluzione. Annunciata e attesa da giorni, la decisione ha già suscitato reazioni contrapposte: salutata con soddisfazione dall'opinione pubblica progressista e dai gruppi interessati, criticata con asprezza dagli anti- abortisti. Ma Obama ha saputo parzialmente smorzarne l'impatto polemico con un'accorta scelta dei tempi. Prima di firmare il decreto, infatti, il presidente ha atteso che passasse il 22 gennaio, anniversario della storica decisione della Corte Suprema che nel 1973 garantì la legalità dell'aborto. Mentre sia Clinton che Bush avevano usato la ricorrenza per emanare i loro decreti, Obama ha così voluto disinnescarne la portata emotiva. Inoltre, giovedì, il capo della Casa Bianca ha lanciato un messaggio di riconciliazione alle migliaia di persone che hanno dimostrato nella capitale contro l'aborto.
Da un lato Obama ha celebrato la sentenza Roe v. Wade, come una decisione che «protegge la salute delle donne e la libertà di riproduzione» e riafferma il principio «che il governo non dovrebbe entrare nelle faccende private di una famiglia « e «nella scelta delle donne». Dall'altro Obama ha ricordato «la delicatezza e il potenziale controverso» dell' argomento: «Qualunque sia la nostra posizione, siamo uniti nella determinazione a prevenire maternità involontarie, ridurre la necessità di far ricorso all'aborto e sostenere le donne e le famiglie nelle loro decisioni». Già in campagna elettorale Obama aveva cercato un terreno comune, difendendo la legalità dell' aborto descrivendolo come «una situazione sempre tragica ». Un altro imminente decreto del neo-presidente è stato in qualche modo anticipato ieri da una decisione della Food and Drug Administration. L'ente federale che veglia sull' industria alimentare e farmaceutica ha autorizzato un' azienda biotecnologica californiana, la Geron Corp., a sperimentare una nuova terapia per le vittime di lesioni spinali, a base di staminali embrionali. E' il primo studio al mondo, condotto sull'uomo, che usa cellule embrionali umane. Casualmente o meno, la decisione della Fda avviene a tre giorni dalla fine dell'Amministrazione Bush, che aveva introdotto il divieto totale ai fondi pubblici per la ricerca sulle staminali. La Geron userà finanziamenti privati e quindi aggira il bando. Ma il segnale verde di un organismo federale a una procedura che la precedente Amministrazione considerava tabù appare in piena sintonia con il nuovo governo: Obama dovrebbe infatti abrogare entro qualche giorno il bando ai contributi statali per la sperimentazione che fa uso di cellule embrionali.
09:32
Scritto da : bruno841
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20/01/2009
Obama: «L'America ha preferito la speranza alla paura»
Il primo presidente nero nella storia americana ha giurato sulla Bibbia di Abramo Lincoln a mezzogiorno di martedì 20 gennaio (le ore 18 in Italia), di fronte al giudice della Corte Suprema John Paul Stevens acclamato da oltre due milioni di persone presenti al Campidoglio di Washington. Prima di lui ha giurato il suo vice Joe Biden.
Al termine della cerimonia durata circa un'ora, George W.Bush è stato accompagnato dal successore a un elicottero presidenziale che attendeva sul lato est del Campidoglio, quello opposto al Mall. L'ormai ex presidente è partito per la base aerea militare di Andrews, alle porte della città, con un jet militare - che adesso non prende più il nome di Air Force One, riservato al presidente in carica - alla volta di Dallas, inTexas, dove George e Laura Bush hanno acquistato una casa.
Al pranzo di inaugurazione organizzato al Campidoglio dopo la cerimonia del giuramento, però, il senatore democratico Ted Kennedy, 77 anni, ha avuto un malore. Kennedy è stato portato fuori dalla Sala delle Statue in barella dopo essere stato soccorso dal personale medico. Lo stesso presidente Barack Obama ha espresso la sua vicinanza al "vecchio leone" del Senato durante il suo discorso nel corso del pranzo: «Mentirei se non dicessi che parte di me è con lui in questo momento», ha detto Obama, «Teddy è sempre stato al mio fianco». Purtroppo, però, non solo Ted Kennedy ma anche il senatore Robert C. Byrd, democratico del West Virginia, si è sentito male durante il pranzo inaugurale in onore di Barack Obama al Congresso. Un poliziotto di Capital Hill si è alzato chiedendo aiuto medico. Byrd, nato nel 1917, ha 91 anni; è presidente pro tempore del Senato.
Il discorso di Obama. «L'America ha preferito la speranza alla paura, l'unità di obiettivi al conflitto e alla discordia» ha scandito Obama in uno dei passaggi più significativi del suo discorso di investitura. Subito dopo ha chiesto ai suoi concittadini di rimboccarsi le maniche per ricostruire l'America, perché «dovunque guardiamo c'è lavoro da fare». L'America è amica di tutti i popoli e di tutte le nazioni: «In questo spirito - ha aggiunto - siamo pronti a essere di nuovo leader». Il presidente, nel discorso dell'insediamento, ha teso la mano al mondo islamico non radicale. Rivolgendosi a «quei leader islamici nel mondo che cercano di seminare zizzania o che danno all'Occidente la colpa dei mali delle loro societa», ha detto che «tenderemo loro la mano se sono disposti ad aprire il pugno» e ha promesso un «ritiro responsabile delle truppe dall'Iraq e un impegno a costruire una pace duramente meritata in Afghanistan». Si è quindi impegnato a lavorare con «vecchi amici e ex nemici» per ridurre la minaccia nucleare e «far arretrare lo spettro di un Paese in guerra». Ma ha voluto mandare a dire ai terroristi che «il nostro spirito è più forte e non può essere vinto». E ha aggiunto: «Vi batteremo».
Lo stato dell'economia richiede un'azione «rapida e coraggiosa» e l'Aministrazione si muoverà «non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per porre nuove fondamenta per la crescita. Gli Stati Uniti, ha garantito Obama, «annienteranno lo spettro del surriscaldamento del Pianeta» e «ridaranno alla scienza la giusta collocazione. Ridaremo alla scienza la sua giusta collocazione e useremo i miracoli della tecnologia per aumentare la qualità delle cure sanitarie e abbassarne i costi - ha aggiunto - sfrutteremo il sole e i venti e il terreno per rifornire di carburante le nostre auto e alimentare le nostre industrie. E trasformeremo le nostre scuole e le nostre università per andare incontro alle richieste della nuova era».
LA CERIMONIA DEL GIURAMENTO IN DIRETTA
18.32 «Terroristi non sopravviverrete».. . I terroristi «non sopravviveranno perché l'America li sconfiggerà. «A tutti coloro che perseguono i propri scopi con il terrore el'assassinio degli innocenti possiamo dire...non sopravviverete, noi vi sconfiggeremo».
18.29. Sconfiggeremo la minaccia del riscaldamento climatico. Gli Stati Uniti «annienteranno lo spettro del surriscaldamento del pianeta» e «ridaranno alla scienza la sua giusta collocazione». Lo ha garantito Barack Obama nel discorso inaugurale.
18.23 La crisi causata da irresponsabilità. Per Obama la crisi economica che stanno fronteggiando gli Stati Uniti è la conseguenza di «avidità e irresponsabilità».
18.20 L'Iraq. Barack Obama ha promesso un «ritiro responsabile delle truppe dall'Iraq e un impegno a costruire una pace duramente meritata in Afghanistan». Obama ha detto che generazioni prima di lui avevano compreso che la sicurezza della nazione viene non dall'usare il potere «come ci pare» ma dal suo «uso prudente». Ha aggiunto che il paese si rafforza attraverso «la giustezza della causa» e la «forza dell'esempio». Obama si è impegnato a lavorare con «vecchi amici e ex nemici» per ridurre la minaccia nucleare e «far arretrare lo spettro di un paese in guerra».
18.19 Crisi lunga, ma ce la faremo. Per uscire dalla crisi che sta mettendo in ginocchio gli Stati Uniti «ci vorrà tempo, non sarà facile, ma ce la faremo». Sono necessarie «azioni coraggiose e rapide», perché «siamo consapevoli che la grandezza di una nazione non è mai data per scontata», ha detto Obama.
18.18 L'America tornerà ad essere leader. L'America - ha detto il presidente Barack Obama - è amica di tutti i popoli e di tutte le nazioni, uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità. «In questo spirito - ha aggiunto Obama nel discorso dell'insediamento - siamo pronti a essere di nuovo leader».
18.16 «Nuovi rapporti con l'Islam». Nel discorso d'insediamento, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si è impegnato a ricercare «una nuova partenza» nei rapporti con il mondo islamico. L'America - ha detto Obama - è una nazione di cristiani, musulmani, ebrei, indù e non credenti.
18.15 Obama: «Bisogna rimboccarsi le maniche per ricostruire l'America. «Perchè dovunque guardiamo c'è lavoro da fare. Costuriemo strade, ponti, scuole. Sfrutteremo il sole e il vento per le energie alternative».
18.12 Obama: «La grandezza degli Stati Uniti non cade dal cielo. Va conquistata. Serve coraggio, lavoro duro».
18.12 Obama inizia il suo primo discorso da presidente degli Usa. Obama ha detto che la sua elezione significa che l'America ha preferito «la speranza alla paura, l'unità di obiettivi al conflitto e alla discordia».
18.07 Barack Obama giura come nuovo presidente degli Stati Uniti. «Giuro solennemente che eserciterò lealmente le funzioni di presidente degli Stati Uniti e farò il possibile per preservare, proteggere e difendere la costituzione degli Stati Uniti". con queste parole Barack Obama ha giurato con il presidente della corte suprema John J. Roberts, diventando ufficialmente presidente degli Stati Uniti. L'emozione ha tradito Obama: ed il presidente nel momento del giuramento «inciampa» sulla parola «lealmente», sotto il sorriso affettuoso di Michelle, ed il giudice Roberts la fa scandire di nuovo.
21:56
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09/01/2009
Ora l'Uomo Ragno si batte anche per Barack Obama


08:47
Scritto da : bruno841
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08/12/2008
Ecco la squadra di Obama
L’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca è previsto per il 20 gennaio 2009, ma in questi giorni sono stati resi noti alcuni dei nomi delle persone che comporranno la nuova amministrazione democratica.
In un certo senso, quel “dream team” che alcuni avevano sognato nel corso delle primarie infuocate del partito democratico si è venuto a formare. Hillary Clinton infatti, sarà il nuovo Segretario di Stato (è la terza donna a ricoprire questa carica nella storia degli Usa). Un posto importante, sia per le questioni in agenda che attendono gli Stati Uniti, attori di primo piano sulla scena mondiale, sia per la visibilità a livello internazionale che comporta la carica di responsabile della politica estera. Le prime parole pronunciate dalla Clinton dopo l’ufficializzazione della sua nomina sono state significative del cambio di rotta che vogliono prendere gli Usa di Obama: “L'America non può risolvere le crisi senza il mondo, e il mondo non può risolverle senza l'America”. Che vuol dire: più multilateralismo rispetto agli ultimi anni senza però rinunciare al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Susan Rice, consulente di politica estera di Obama durante le primarie, sarà invece la nuova ambasciatrice americana all’Onu.
Per quanto riguarda i ministeri economici, di cui si è parlato molto perché da qui dovranno partire le ricette per superare la crisi, Tim Geithner (presidente della Fed di New York) sarà il responsabile del Tesoro, mentre Bill Richardson (governatore del New Mexico) andrà al Commercio.
Una scelta di non poco conto è stata poi quella di lasciare alla Difesa l’ex direttore della Cia, Robert Gates. Il responsabile del Pentagono, che aveva preso il posto di Donald Rumsfeld nel 2006, è sopravvissuto all’amministrazione Bush soprattutto per il delicato compito del ritiro progressivo dall’Iraq.
Alla Sicurezza Interna andrà una donna di origini italiane, Janet Napolitano, governatrice dell’Arizona, molto popolare tra le fila dei democratici e sostenitrice di Obama fin dall’inizio delle primarie. La Giustizia sarà competenza di Eric Holder (primo afroamericano in questo Dipartimento) mentre alla Salute andrà Tom Daschle. Al Dipartimento della Casa e dello Sviluppo Urbano potrebbe andare il presidente del quartiere Bronx, Adolfo Carriòn. Le nomine dei segretari dei vari dipartimenti si aggiungono a quelle dell’ufficio esecutivo di Obama (i collaboratori più stretti). Per citarne alcuni: Rahm Emanuel capo dello staff, Valerie Jarrett Consigliere per i rapporti intergovernativi, James L. Jones (già comandante supremo delle forze Nato) Consigliere per la sicurezza nazionale. E poi c’è lo staff di consiglieri economici che comprendono Lawrence Summers a capo del National Economic Concil e Christina Romer che guiderà il Council of Economic Advisers. Mentre il grande vecchio Paul Volcker (ex presidente della Fed negli anni di Reagan) agirà da consigliere esterno nel President's Economic Recovery Advisory Board, il nuovo gruppo di consiglieri economici creato ad hoc da Obama per rispondere alle sfide dell’economia.
Tra i consiglieri economici della nuova Casa Bianca spunta anche un conflitto di interessi che ha il nome di Robert Rubin, ex presidente e consigliere di quella Citigroup salvata in questi giorni dal governo Usa, nonché segretario al Tesoro con Clinton, quando venne abolito il Glass-Steagall Act, che diede il via libera alle fusioni tra banche di investimento e banche di deposito (che partorirono anche a Citigroup nel 1998).
Oltre a Rubin sono molti i volti provenienti dall’amministrazione dell’ex presidente democratico: Emanuel era stato già consigliere di Clinton, Summers fu anch’egli segretario del Tesoro dopo Rubin, Holder ricopriva il ruolo di vice al Dipartimento di Giustizia, mentre Richardson dopo esser stato ambasciatore all’Onu fu segretario dell’Energia.
Ad un primo giudizio, la nuova squadra composta da Obama sembra un governo bipartisan, quasi di coalizione, se ci fermiamo ad analizzare i nomi che ne fanno parte. Forse i sostenitori democratici più progressisti si sarebbero aspettati gente diversa, che andasse in controtendenza non solo con gli otto anni di governo repubblicano ma perfino con alcune tendenze degli anni clintoniani. Difficile dire se nel formare la squadra di governo abbiano influito maggiormente le contingenze (in particolare la crisi economica) oppure se era già nelle intenzioni di Obama dare vita ad un team che si caratterizzasse per un’apertura ai contributi di tutti, democratici o repubblicani, purché questi ultimi fossero distanti dai propositi e dalla mentalità che aveva dominato negli anni di Bush.
In un certo senso la risposta la possiamo trovare nei discorsi che il neo presidente ha pronunciato dopo la sua elezione, ma anche precedentemente fin dalla convention democratica del 2004. Quelli cioè che invocano all’unità degli americani e che dichiarano l’abbattimento degli steccati razziali, ideologici e partitici, perché “non ci sono Stati rossi e Stati blu, ma ci sono solo gli Stati Uniti d’America”.
Laddove la retorica si fonde col pragmatismo troviamo la chiave della costruzione di questa amministrazione che si insedierà alla Casa Bianca tra poco più di un mese. Ad un primo impatto questa scelta premia una politica “centrista”, forse meno innovativa di quanto ci si aspettasse, ma forse necessaria per gli Usa in questo momento particolare. Fermo restando che una presidenza non si giudica soltanto leggendo i nomi delle persone che da qui al 2013 (e forse anche più in là) si troveranno a gestire questa fase critica della storia americana. Proprio per questo dovremo aspettare almeno un paio di anni per capire quale strada intraprenderà l’America nell’era Obama.
21:46
Scritto da : bruno841
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22/11/2008
Hillary, sì a Obama:Sarà il Segretario di Stato
Sarà Hillary Clinton il ministro degli Esteri di Obama. La senatrice ha deciso di accettare la carica di segretario di Stato e di rinunciare al seggio in Congresso. Dopo giorni di indiscrezioni sulla sua nomina, ieri è arrivata la conferma del suo staff, anche se manca ancora l'annuncio ufficiale.Decisivo per lo sblocco delle trattative l'impegno del marito Bill a rendere trasparenti i finanziamenti che riceve per le sue attività filantropiche e di business. Lo staff di Obama ha passato al setaccio tutti i fondi, per evitare accuse di conflitti di interesse tra il ruolo di Hillary e il business del marito.Barack e Hillary, i due avversari delle primarie, si ritrovano dunque fianco a fianco nella gestione della politica estera americana. Una coppia che dovrà mostrarsi unita di fronte alle numerose sfide che attendono Obama dopo gli anni bui di Bush. Dall'Iraq all'Afghanistan, dal conflitto tra israeliani e palestinesi ai rapporti con Cuba, l'America cercherà di voltare pagina. Le posizioni dei due ex rivali sui grandi temi di politica estera non sempre coincidono. La Clinton vuole un ritiro rapido dall'Iraq, mentre Obama ha parlato di disimpegno graduale in 16 mesi. Sull'Iran la senatrice di New York ha sempre sostenuto una linea intransigente, mentre il presidente eletto si è detto disponibile a negoziati con Teheran, anche se negli ultimi tempi ha irrigidito la sua posizione. Su un punto chiave sono d'accordo: l'era dell'unilateralismo è finita con Bush, l'America deve tornare a dialogare con il mondo. Hillary, 61 anni, dovrà dunque ricostruire l'immagine dell'America: è certamente una donna d'azione, come l'attuale segretario di Stato Condoleezza Rice, ma accettando questo ruolo ha scelto di sottomettersi alle esigenze di un gioco di squadra che comporterà mediazioni con le posizioni del Consiglio per la sicurezza nazionale e soprattutto con quelle del vicepresidente Joe Biden, un leader di maggiore anzianità ed esperienza della Clinton al Senato dove era capo della Commissione Esteri. Biden avrebbe preferito al dipartimento di Stato il suo amico John Kerry.Ieri intanto è stato il giorno di altre nomine, più o meno ufficiali. Nella squadra di Obama entrerà anche, come segretario al Commercio, il governatore del New Mexico, l'ispanico Bill Richardson. Già ministro dell'Energia con Bill Clinton, è stato uno dei primi candidati alle primarie democratiche a farsi da parte, per poi schierarsi con Obama. Patrick Gaspard, ex responsabile del potente sindacato dei lavoratori della sanità e responsabile politico della campagna di Obama, sarà il direttore degli affari politici. Mentre Jackie Norris, che ha fatto campagna per Obama in Iowa, sarà il capo dello staff della First Lady Michelle.
IL MATRIMONIO CON BILL E' lei che mantiene la famiglia mentre Bill, sposato nel 1975, insegue la politica. Per due volte entra nella lista dei cento avvocati più potenti d'America: nel 1992, in piena corsa alla Casa Bianca, viene investita dal primo scandalo sessuale e difende il marito che le aveva messo le corna con la soubrette Gennifer Flowers. Quando sostiene di non essere come la rivale Barbara Bush e le casalinghe che "infornano solo dolci e invitano ai tè " si fa odiare da molte donne. First Lady a sua volta, viene subito incaricata dal marito di una missione impossibile, la riforma della sanità. E' il primo fiasco della coppia. Persa la sfida con Obama e svanito il sogno di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti, adesso per Hillary si apre un futuro da responsabile della politica estera americana, un ruolo per il quale appare più che preparata. L'ex first lady aveva infatti impostato parte della sua campagna per le primarie sulla sua esperienza in politica estera, acquisita durante gli otto anni trascorsi alla Casa Bianca assieme al marito e nella Commissione difesa del Senato, di cui fa parte.
10:25
Scritto da : bruno841
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07/11/2008
Obama chiama per ringraziare tutti i leader del G7 tranne Berlusconi
l presidente eletto degli Usa ha anche parlato con i capi di governo di Israele, Messico, Sud Corea e Australia
WASHINGTON (USA) - Ha parlato con tutti i capi di governo dei Paesi del G7, tranne uno: il premier italiano Silvio Berlusconi.
![]() |
| Il presidente eletto degli Stati Uniti Barack Obama (Reuters) |
IL COLLOQUIO PIU' LUNGO - In Europa, ha chiamato il presidente francese Nicolas Sarkozy (lungo colloquio con quello che è anche il presidente di turno del Consiglio europeo), poi il premier britannico Gordon Brown, il cancelliere tedesco Angela Merkel. Dei leader del G8, ha telefonato anche al giapponese e al canadese. E poi i capi dell'esecutivo di Israele (la questione mediorientale è un argomento inevitabile per un presidente degli Usa) e Messico (il più vicino Paese del Nafta). Poi una telefonata con i capi di governo di SudCorea, Australia. Una geografia di amici dove, del G8, non compaiono l'Italia, che Obama non aveva già visitato in estate, quando era stato in Europa, e la Russia. Ma, fuori dal gruppo dei Grandi, per restare in Europa, non estato chiamato, nel primo giro di telefonate, nemmeno il premier spagnolo Zapatero. Del resto le telefonate di Obama non sono certo finite. E ci saranno incontri con leader mondiali, a margine del G20 a Washington del 15 novembre.DA CORRIERE.IT
15:44
Scritto da : bruno841
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