01/04/2009
Rifiuti pericolosi, arrestato Mario Chiesa
Mario Chiesa è uno dei dieci destinatari dei provvedimenti restrittivi emessi dalla magistratura di Busto Arsizio per un vasto traffico di rifiuti. Chiesa, 65 anni, di Milano, è coinvolto nella gestione di un traffico illecito di rifiuti. L'accusa per lui è quella di truffa
L'OPERAZIONE - Il nucleo operativo ecologico dei carabinieri (Noe) di Milano, coordinato dal gruppo cc tutela ambiente di Treviso, sta infatti eseguendo, da martedì mattina, dieci provvedimenti restrittivi. Nel servizio sono impegnati oltre 100 militari dell'Arma, anche del comando regione carabinieri Lombardia, con il supporto del secondo nucleo cc elicotteri di Orio al Serio, che stanno eseguendo anche una trentina di perquisizioni e il sequestro di un'importante azienda milanese operante nel settore del trattamento-smaltimento dei rifiuti. Al centro dell'indagine figura uno dei principali protagonisti dell'inchiesta «Mani Pulite» degli anni Novanta, Mario Chiesa, l'ex presidente del Pio Albergo Trivulzio che con il suo arresto diede il via a «Tangentopoli».
MANI PULITE - L'ex presidente del Pio Albergo Trivulzio, secondo gli investigatori è l'uomo del 10%. Il nome di Chiesa è fortemente legato all'inchiesta di Mani Pulite della magistratura di Milano degli anni '90: è con il suo arresto, avvenuto il 17 gennaio 1992, fatto in flagranza di reato subito dopo avere intascato una busta con sette milioni di lire, una rata di quella che doveva essere la tangente per concedere l'appalto a una impresa di pulizia, che è iniziata la più nota inchiesta di Tangentopoli. Con l'arresto di Chiesa è emerso un vasto retroscena di concussione e corruzioni a largo raggio che ha poi coinvolti numerosi esponenti della politica, della finanza e dell'imprenditoria.
corriere.it
Il segreto era: dosare sapientemente acceleratore e freno; far figurare un aumento enorme della quantità di rifiuti raccolti, ma saper fare marcia indietro quando nei Comuni e nelle aziende municipalizzate qualcuno cominciava a subodorare l’imbroglio. Le conversazioni telefoniche che la procura di Busto Arsizio ha intercettato nel corso dell’indagine su Mario Chiesa obbediscono tutte a questa regola ferrea. Non poteva che essere così, dal momento che la Sem e la Solarese, le due società coinvolte, nelle gare d’appalto ribassavano a più non posso la loro offerta, ma poi erano costrette a una precipitosa rincorsa per non trovarsi con l’acqua alla gola. Emblematica è la frase che proprio Chiesa un giorno dice nella cornetta a un anonimo collaboratore: «Qui dobbiamo rubare a tutta manetta, altrimenti non rientriamo più».
Il giochino però non durava all’infinito perché a Rho, ad esempio, un dirigente comunale si era accorto che i rifiuti raccolti in città erano misteriosamente diventati troppi rispetto alle consuetudini; ed ecco allora un altro colloquio tra il manager e un suo interlocutore.
Chiesa: «Ciao, lo sai che è venuto fuori un casino oggi, eh?»
Interlocutore: «Al Comune di Rho? Perché?»
Chiesa: «Sui pesi continuano a rubare (riferito ai camionisti che portano i rifiuti in discarica, ndr)»
Int.: «E certo, fanno 102 anziché 66: c’è troppa differenza».
Chiesa: «Comunque non ti preoccupare, ho già trovato la quadra».
La «quadra» consisteva nel diminuire per un po’ i quantitativi di rifiuti riportati sui documenti ufficiali, fino a quando lo zelante controllore non si fosse tranquillizzato. «Del resto—prosegue l’imputato numero uno—c’erano pesi del 60% più alti. Ma lui (riferito al controllore, ndr) come tutti gli zanza fa il moralista». Per l’accusa Mario Chiesa agiva da procacciatore d’affari a favore delle due ditte, circostanza confermata dall'entusiasmo con cui annuncia a uno dei fratelli Balestrucci uno dei suoi principali successi: «Sono stato dal sindaco con il dirigente di... quello è andato dal sindaco portato da me! E io ti ho portato a casa la raccolta dei rifiuti ingombranti di Rho».
L’appalto vinto a Rho, assieme a quello di Voghera, non solo è uno di quelli finiti nel mirino dell’inchiesta ma è anche uno dei più vantaggiosi per la Sem e la Solarese. Ecco dunque l’apprensione manifestata ancora una volta da Chiesa, al pensiero che tutto possa andare in fumo. Si raccomanda infatti con uno dei fratelli Balestrucci: «Non puoi pompare troppo con il peso, lì ci ho lavorato sei mesi per portare a casa l’appalto di Rho...»
Barare sempre sul peso dell’immondizia raccolta per aumentare i margini di guadagno.È questo del resto il concetto su cui insistono anche i magistrati di Busto Arsizio. Per la mente del raggiro è fondamentale poter applicare sempre il trucco. A un certo punto si legge della trattativa, andata a monte, con la «Grancasa», un grande magazzino di mobili della zona: si parlava della possibilità di ritritare i rifiuti prodotti dall’azienda. Chiesa vi è interessato — specificano i giudici nell’ordinanza —«perché ha la possibilità di aumentare i pesi a piacimento in modo tale da addebitare un maggior costo di smaltimento all'azienda». Fin troppo semplice, a guardarlo adesso dall’esterno.
da corriere.it
12:08
Scritto da : bruno841
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11/11/2008
QUEL PREGIUDIZIO CHE BRUCIA L'INCENERITORE *
Non c'è dubbio che gli inceneritori inquinano. Come tante altre cose. Il punto è capire quanto, se più o meno delle altre alternative disponibili e con quali conseguenze. Inoltre, non è né solo una centrale elettrica né solo un impianto per smaltire i rifiuti, ma è le due cose insieme. E la valutazione va fatta tenendone conto. Tanto più che lo stesso riciclaggio spinto all'estremo comporta emissioni comparabili. In altri termini, sia il bilancio ambientale che quello energetico sono molto più equilibrati di quanto si pensi.Nell’immaginario comune, gli inceneritori sono costose macchine di morte. Tanto più odiosi, in quanto basterebbe un po’ di buona volontà e – oplà – i rifiuti sparirebbero senza lasciare traccia, chiudendo il cerchio ecologico e senza lasciare debiti con la natura. Prendi San Francisco, per esempio, antesignana della politica “rifiuti zero”, dove già oggi riciclano i due terzi dei rifiuti. E vogliono salire al 75 per cento. Ma le cose stanno davvero così?
MA QUANTO INQUINANO?
Che gli inceneritori inquinino, non c’è dubbio. Ma tante altre cose inquinano. Il punto è capire quanto, e con quali conseguenze.
Si citano studi riferiti a vecchi impianti, costruiti con tecnologie obsolete, presso i quali sono stati effettivamente riscontrati effetti non trascurabili sulla salute. (1) Oppure studi riferiti alla concentrazione di polveri sottili e ultrasottili, nanoparticelle, microinquinanti vari – non, si badi bene, necessariamente prodotti da inceneritori ma praticamente ubiqui; studi abbastanza contrastanti, ma comunque allarmanti. Peccato che invece manchino studi riferiti al reale impatto di un inceneritore moderno. Se è vero che emette nanoparticelle e microinquinanti, non è affatto dimostrato che il suo contributo sia determinante nel modificare in modo significativo le concentrazioni già presenti per mille cause diverse. I pochi tentativi di misurare il dato, ad esempio a Bolzano, sembrano mostrare che i livelli di concentrazione ne risentono poco o nulla.
Le migliori tecnologie sul mercato consentono emissioni comparabili con quelle di qualsiasi altro impianto industriale nel quale avvengano processi di combustione. Che in città l’aria sia più inquinata che in alta montagna, lo si sapeva. Ma vivere vicino a un inceneritore, a una centrale elettrica, a un altoforno, a un cementificio o a un incrocio con semaforo fa pochissima differenza. Se proprio vogliamo preoccuparci di qualcosa, preoccupiamoci della qualità malsana dell’aria che si respira negli edifici, a cominciare da quelli in cui abitiamo. (2)
Ovviamente, gli impianti vanno fatti bene, le migliori tecnologie bisogna poi usarle e anche pagarle. Altrettanto ovviamente, bisogna anche controllare cosa ci viene bruciato. In tutta Europa – parliamo di Austria, Svezia, Germania, Olanda: paesi a cui coscienza ambientale e rigore normativo non fanno difetto – questi impianti si costruiscono in prossimità delle zone residenziali, anche per meglio sfruttare la cogenerazione di calore per il teleriscaldamento. In questo ultimo caso, poi, le emissioni dovrebbero essere calcolate sottraendo quelle risparmiate negli impianti di riscaldamento domestici, e il risultato potrebbe sorprendere. Per molti inquinanti può essere addirittura negativo: le emissioni aggiuntive sono più che compensate dalla riduzione di quelle preesistenti.
Non basta dire che “l’inceneritore inquina”, ma bisogna valutare se inquina più o meno delle altre alternative disponibili. Lo stesso riciclaggio spinto all’estremo comporta emissioni comparabili con quelle del camino di un inceneritore (si pensi solo ai mezzi impegnati nella raccolta differenziata porta a porta). In questi termini, sia il bilancio ambientale che quello energetico sono molto più equilibrati di quanto si pensi.
Gli scenari a “rifiuti zero” (non proprio zero, ma insomma), così di moda, sono praticabili in determinati contesti, non in tutti. In ogni caso, “rifiuti zero” implica che i flussi di materiali buttati via finiscano da qualche parte, con impatti non necessariamente minori. Anche nella ridente Treviso, spesso citata come esempio, cdr e compost non vengono recuperati, ma finiscono in qualche discarica autorizzata per rifiuti speciali. Il famoso centro recupero di Vedelago ricicla, è vero, tutti i rifiuti che gli vengono conferiti, ma non tutti i rifiuti di Treviso possono essere conferiti a Vedelago. Se posso scegliere quali rifiuti ricevere e quali no, sono capace anche io di riciclare il 100 per cento.
Gli strateghi dell’iper-riciclaggio dovrebbero avere l’onestà di ammettere che i loro schemi logistici hanno una falla: se i materiali avviati ai vari cicli di recupero poi non trovano mercato, come finora è capitato a tutto ciò che risulta dalla selezione meccanica del rifiuto indifferenziato, diventano rifiuti speciali che dovranno a loro volta essere smaltiti o pseudoriciclati. Ma siccome per i rifiuti speciali non vale il principio di autosufficienza, ma solo l’obbligo di rivolgersi a un operatore accreditato e autorizzato, dovunque collocato, questi materiali, che nessuno vuole, prendono la strada delle discariche sparpagliate in mezza Italia. Ecco spiegato,almeno per quel che riguarda gli urbani, il cosiddetto scandalo dei rifiuti del Nord inviati al Sud. (3) E comunque, visto che poi tra un passaggio e l’altro non si sa mai bene dove si va a finire, ecco spuntare anche, in modo insospettabile, dietro le anime belle del “no all’incenerimento”, l’ombra della camorra, secondo un meccanismo del tutto simile a quello per cui i proibizionisti finiscono oggettivamente per remare a favore dei trafficanti di droga.
COME FARE LA VALUTAZIONE
L’inceneritore non è né solo una centrale elettrica né solo un impianto per smaltire i rifiuti, ma è le due cose insieme. La valutazione va fatta considerando quattro voci di ricavo:
- quelli derivanti dall’energia recuperata e ceduta alla rete
- le tariffe pagate da chi riceve il calore per il teleriscaldamento
- le tariffe pagate da chi conferisce i rifiuti
- gli eventuali sussidi forniti alla generazione di energia da fonti alternative al petrolio.
Le prime due voci dipendono dal mercato energetico e riflettono indirettamente anche il costo del combustibile: più costa il petrolio, più vale l’elettricità. La terza, che è in genere quella decisiva, dipende anche dal costo delle modalità alternative di smaltimento o recupero: più costa la discarica, più convengono altre soluzioni.
Sull’opportunità dell’ultima si può discutere, come anche della forma con cui corrisponderla (contributi Cip6, certificati verdi eccetera). In ogni caso, anche il riciclaggio viene sussidiato, sebbene il cittadino non se ne accorga: i contributi che le imprese produttrici pagano al Conai o ai vari consorzi obbligatori finiscono ricaricati sui prezzi di vendita dei prodotti. Per fare i conti in modo asettico e valutare la convenienza relativa bisogna, da un lato, fare piazza pulita di tutti i sussidi, non solo quelli al recupero di energia. Dall’altro, includere nella valutazione anche i costi esterni, legati all’inquinamento, all’occupazione di suolo e così via.
Un’analisi di questo tipo ci rivela che la soluzione migliore sta nel mezzo e che non si devono mettere tutte le uova nello stesso paniere. Ci serve un sistema equilibrato, orientativamente con un 30-60 per cento di recupero diretto. (4) Mentre l’impianto di incenerimento del rifiuto tal quale (non pretrattato) si giustifica se si riescono a raggiungere scale elevate (1.500 t/giorno), altrimenti occorre prima trasformarli meccanicamente per bruciarli con maggiore convenienza in un impianto ad hoc, o trasformarli ulteriormente in cdr, destinato ai cementifici: inquina ugualmente, ma almeno si risparmiano combustibili più pregiati a parità di emissioni .
In conclusione, sugli inceneritori grava un clima di sospetto in buona parte ingiustificato. Se sulle loro emissioni si concentrano da trenta anni studi epidemiologici di ogni genere, se il legislatore impone standard estremamente accurati, molto più severi che per altri impianti industriali, altrettanto non può dirsi per le altre forme di smaltimento: se si volesse fare loro il pelo e il contropelo come per gli inceneritori, si sfaterebbero molti pregiudizi. Le varie soluzioni hanno pari dignità. Tutte inquinano un po’, nessuna causerà stragi. Finiamola di parlarne come se si trattasse della lotta tra il Bene e il Male.
* Le affermazioni contenute in questo articolo si fondano in buona parte su una ricerca, tuttora in corso, effettuata dal Centro di ricerca Iefe in collaborazione con il Politecnico di Milano e le Università di Piacenza, Bologna e Trento.
(1) Un’esauriente rassegna di studi epidemiologici è contenuta nella voce dedicata all’incenerimento su wikipedia.
(2) A. Massarutto, a cura di, La valutazione economica dell’inquinamento indoor, Quaderni di ricerca Iefe, Università Bocconi, 2000.
(3) “Cosiddetto” scandalo perché si tratta di un accorgimento legale, o almeno non illegale, anche se forse il legislatore non pensava proprio a questo.
(4) I valori della forchetta variano a seconda dei casi, per esempio in funzione della densità abitativa così come della effettiva capacità di far funzionare la raccolta differenziata.
17:50
Scritto da : bruno841
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06/06/2008
PARLA UN BROKER DEI RIFIUTI
Broker lombardo spiega il trafficonord-sud
"Il presidente della Repubblica ha ragione. La Campania è stata per molti anni la pattumiera del nord. E dico anche, mi scuseranno i napoletani, che come questo sia stato possibile è ormai il segreto di Pulcinella". L'uomo ha l'accento marcato delle valli lombarde. Ha meno di 40 anni e da più di 15 sposta e spinge rifiuti da un estremo all'altro del Paese. Chiede l'anonimato, perché qualche problema di giustizia lo ha già avuto e non intende averne altri. Perché di "monnezza", pericolosa o innocua che sia, speciale o meno che sia, ci campa.
Gli imprenditori come lui li chiamano "broker". Intermediano tra il rifiuto che caricano e la discarica in cui lo sversano. Al committente, pubblico o privato, offrono un servizio chiavi in mano: trasporto, conferimento e smaltimento. Formalmente, "clean", pulito, proprio come vuole la battuta di Toni Servillo nel film "Gomorra". Ma che lo sia davvero, "clean", questo dipende solo da loro. Perché l'industriale che firma per lo smaltimento di fanghi, vernici, acidi o altri residui di lavorazioni tossiche non vuole e non deve sapere che fine quei rifiuti faranno. Perché non vuole e non deve portarne la responsabilità per eventuali danni alle persone e all'ambiente. Dal sistema ci guadagnano o quantomeno ci hanno guadagnato tutti i protagonisti del ciclo. L'imprenditore che dimezza il costo di smaltimento. Il broker che ricarica sui costi fino al cinquanta per cento. La discarica non autorizzata che interra i veleni.
Di aziende di "intermediazione rifiuti" in Italia ce ne sono almeno un migliaio. "Di fatto - spiega il nostro broker lombardo - parliamo sempre delle stesse cinquanta persone cui quelle società, in un modo o in un altro, fanno capo". La storia dei traffici illeciti di rifiuti nord-sud documentata dagli atti parlamentari delle diverse commissioni di inchiesta è quella di indagini a loro modo esemplari come "Re Mida" o "Eldorado". E' quella che, a partire dal 1995, denunciarono con forza e nel completo disinteresse parlamentari come Massimo Scalia (presidente della prima commissione di inchiesta sui rifiuti) e quindi manager coraggiosi come Roberto Cetera e Lorenzo Miracle di "Ecolog" (la società del gruppo Fs che in sette anni di emergenza ha smaltito circa due milioni di tonnellate di rifiuti in Germania), oggi costretti agli arresti domiciliari dall'accusa della procura di Napoli di aver commesso ciò contro cui hanno pubblicamente combattuto in solitudine per anni (traffico illecito di rifiuti), a cominciare dalla denuncia del ruolo opaco dei centri di stoccaggio e trasformazione umbri, per finire alle società di trasporti campane.
Il broker lombardo sorride. "Il Sistema del traffico illecito dei rifiuti ha sempre camminato su due gambe. Il trasporto su gomma e l'intermediazione fasulla dei centri di stoccaggio e trasformazione. Da questo punto di vista, ovviamente i treni per la Germania sono sempre stati visti come fumo negli occhi. Detto questo, il Sistema non ha funzionato sempre nello stesso modo. E' andato affinandosi con il tempo. Cambiavano le leggi in senso restrittivo, si trovavano nuovi mezzi per aggirarle".
In principio - correvano i primi anni '90 - fu davvero "l'età dell'oro". Nessun controllo, libera circolazione dei mezzi lungo l'Autosole. "Per un chilo di rifiuti tossici, l'industriale del nord arrivava a pagare anche 600 lire. Il costo effettivo per lo smaltimento nelle discariche campane era tra le 20 e le 30 lire. L'utile, dunque, di circa il 90 per cento". A Pianura finirono i fanghi venefici dell'Acna di Cengio e Dio solo sa cos'altro, se è vero come è vero, racconta l'uomo, che "in una discarica di Giugliano venivano interrati direttamente i cassoni dei camion che arrivavano dalla Lombardia, dal Veneto, dal Piemonte".
Poi venne approvato il decreto Ronchi, cominciò l'emergenza campana e le cose, almeno apparentemente, si complicarono. Ai rifiuti (quale che ne fosse la natura) venne attribuito un codice di identificazione che avrebbe dovuto consentire di tracciarne il percorso dalla sorgente alla foce. Per impedire ai committenti di dichiarare in partenza rifiuti diversi da quelli che venivano caricati e alla discarica di accettare monnezza per la quale non era autorizzata allo smaltimento.
Il Sistema si adeguò. "I trucchi erano e restano a tutt'oggi due. Il primo si chiama "girobolla". Il secondo, che ne è una variante, è lo "scarico di conferimento"".
Il girobolla funziona come il gioco delle tre carte. "Il rifiuto pericoloso esce dalla fabbrica del nord con un codice e una destinazione finale. Diciamo in Campania. Lungo la strada si ferma almeno due o tre volte in altrettanti impianti di stoccaggio e trasformazione, che sono per lo più concentrati tra Toscana e Umbria. In questi centri, al trasportatore viene consegnata una nuova bolla di accompagnamento che non è più quella originaria, ma un documento di trasporto che certifica, in modo falso, che il carico di rifiuti è stato trattato e trasformato in innocuo materiale di recupero. In realtà, l'immondizia non è mai scesa dal camion. Ma quando arriva in discarica può essere accolta perché risulta essere altro da ciò che è".
L'industriale a monte è libero da ogni sospetto o seccatura perché avrà da mostrare un documento che attesta il trattamento intermedio di quei rifiuti e per la stessa ragione lo saranno il broker e la discarica che quei rifiuti ha interrato. Lo "scarico di conferimento" è ancora più semplice. Nel centro di stoccaggio e trasformazione il carico di rifiuti cambia di mano. "Il camion che ha fatto la prima tratta se ne torna indietro e la responsabilità dello smaltimento diventa del centro di stoccaggio. A questo punto arrivano i camion dal sud. Caricano e sversano dove solo loro sanno. In Campania o anche in regioni limitrofe".
Il finto declassamento dei rifiuti o il loro passaggio di mano rendono di fatto irrintracciabile la reale origine del carico e la sua effettiva destinazione. Fanno da diga tra chi i veleni li produce e chi li interra. Dice l'uomo: "Faccio un esempio per far capire come andassero le cose ancora nel 2003. Milano era in piena emergenza e l'Amsa conferiva i suoi rifiuti solidi urbani, dunque non nocivi, in Campania, dove però era scoppiata a sua volta l'emergenza. A Napoli, l'allora commissario straordinario vietò l'importazione di rifiuti da altre regioni, ma con il meccanismo del conferimento dei rifiuti a centri di stoccaggio intermedi i rifiuti milanesi continuarono ad affluire nella discarica di Trentola Ducenta, in provincia di Caserta".
Tutti sapevano. Tutti sanno. Compresi, evidentemente, chi i carichi velenosi li trasporta. "Loro sono davvero le ultime ruote del carro. Lo fanno per mangiare. I camion fanno una prima tratta da sud a nord trasportando merci regolari e per non tornare indietro vuoti caricano immondizia. Quale che sia". Del resto, i controlli lungo il tragitto pare non spaventino proprio nessuno. "Un conto è essere bloccati dalla Forestale o dai carabinieri del Nucleo di tutela ambientale. Ma questo succede soltanto quando si è finiti in un'indagine, magari si è stati intercettati e si sa quale è il camion da fermare. Un altro conto è essere controllati dalla polizia stradale. Il camion viaggia chiuso e se i pesi sono rispettati e le bolle di accompagnamento sono a posto, nessuno andrà ad aprire i cassoni per vedere se davvero ciò che c'è dentro è o meno materiale nocivo. E il gioco è fatto".
da reubblica.it
14:07
Scritto da : bruno841
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18/05/2008
Rifiuti, bloccata la Napoli-Battipaglia
Varati due provvedimenti anti-emergenza
Terminata la riunione convocata dal prefetto: in arrivo medici sentinella e un call center per informare i cittadini
NAPOLI - Napoli sempre nel caos per l'emergenza rifiuti. Una trentina di manifestanti hanno bloccato i binari all’altezza del passaggio livello tra San Giovanni e Barra, a Napoli. Al momento la circolazione ferroviaria della linea Napoli-Battipaglia (Salerno) delle Ferrovie dello Stato è ferma. Decine di sacchetti dell’immondizia sono infatti stati sparpagliati sui binari impedendo il passaggio dei convogli. Sul posto la Polizia che sta compiendo opera di mediazione con i manifestanti. Le Ferrovie hanno garantito comunque i collegamenti tra Napoli e Salerno grazie ad itinerari alternativi.
RIUNIONE STRAORDINARIA - La questione dei rifiuti a Napoli arriva sul tavolo del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza. Alla luce delle proteste riesplose nel capoluogo campano negli ultimi due giorni, il prefetto di Napoli ha convocato infatti domenica una riunione straordinaria del comitato. Sul tappeto la questione rifiuti. «A Napoli e in Campania non è in atto alcuna emergenza sanitaria» ha spiegato il rappresentante del ministero di Lavoro, Salute e Politiche sociali che ha partecipato al Comitato presieduto dal prefetto Pansa. Il quale, al termine della riunione, si è mostrato ottimista circa il ristabilirsi della normalità a Napoli nei prossimi giorni. «L'acme della crisi - ha detto Pansa - è stato superato. Ora sta riprendendo lo smaltimento dei rifiuti dalle strade e sono fiducioso che in breve tempo la crisi acuta finirà. Ci sono molte voci allarmanti sulla situazione cittadina, ma spero che la fase acuta sia alle spalle».
VARATI DUE PROVVEDIMENTI - Nel corso della riunione sono anche stati varati due provvedimenti per far fronte all'emergenza rifiuti: martedì partirà il progetto "medici sentinella" per una sorveglianza sindromica e un monitoraggio costante delle varie patologie a rischio, mentre da mercoledì sarà attivo uno specifico call center per fornire informazioni alla cittadinanza. Inoltre è iniziata una raccolta straordinaria in tutta la provincia di Napoli che consentirà il prelievo giornaliero e il recupero dei quantitativi accumulatisi nei giorni scorsi nelle strade per le difficoltà nello smaltimento.
84 ROGHI - La decisione del prefetto è arrivata domenica mattina, dopo l'ennesima notte di superlavoro per i vigili del fuoco: 84 gli incendi di spazzatura tra il capoluogo campano e la provincia. Un o degli incendi appiccati alla spazzatura accumulata da giorni ha danneggiato gravemente l'ingresso della sede dell'Inps, in via Medina, in pieno centro a Napoli. Le fiamme, probabilmente sprigionate dopo il lancio di una bottiglia incendiaria, hanno semidistrutto anche una Rover 400 che si trovava parcheggiata proprio vicino ai cassonetti dati alle fiamme.Un altro incendio è stato appiccato a due grossi cumuli di spazzatura che si trovavano a pochi metri di distanza, in via San Tommaso d'Aquino, non lontano dagli uffici della Questura che si occupano del rilascio di passaporti e vicino a piazza Municipio. Gli stessi cumuli erano stati già parzialmente incendiati nei giorni scorsi ma non rimossi.
BASSOLINO A BERLUSCONI «COLLABORIAMO» - Sull'allarme rifiuti è tornato a intervenire il governatore campano Antonio Bassolino. «L'unica possibilità che abbiamo è legata alla collaborazione con il governo - ha detto in un'intervista a Repubblica -. Si deve far nascere un partito trasversale del sì, che finora è stato più debole del no». Anche se il rischio del caos rifiuti è di «una crisi a livelli inimmaginabili» Bassolino si dice «fiducioso». «Neanche a Berlusconi - sottolinea il governatore campano - interessa una destabilizzazione della situazione a Napoli». Per Bassolino, che nei giorni scorsi ha incontrato il premier, dai primi passi emerge che «lo spirito è giusto, lo stesso che torna utile al Paese col dialogo tra Berlusconi e Veltroni». La strada per uscire dall'emergenza, indicata da Bassolino, è quella di completare i termovalorizzatori, migliorare la differenziata e aprire le discariche «dando seguito a leggi e ordinanze».
21:42
Scritto da : bruno841
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06/05/2008
A Napoli tornano i professionisti della rivolta
Comincia con l´ennesimo corteo e finisce in guerriglia. Scoppia a Chiaiano la rivolta annunciata contro il progetto (già esecutivo) di realizzare una discarica da 700mila tonnellate nella cava di via Cupa del Cane. Dopo le manifestazioni del mattino, e l´escalation del pomeriggio con sit-in e blocchi al traffico, le ombre della sera calano su un quartiere completamente isolato. Su un territorio che diventa ostaggio dei violenti, mentre lo Stato non c´è; o se c´è, evita di cadere nelle provocazioni. Ronde di giovani incappucciati, intanto, bloccano i servizi, sequestrano i bus, fermano per ore anche il servizio della metropolitana. Tutt´intorno, a Napoli e in provincia, la crisi rischia di peggiorare, a causa del limitato funzionamento dei siti di stoccaggio. Sono ancora 1400 le tonnellate accumulate in città, con punti di criticità molto forti in alcune zone della periferia. Mentre altre complessive 35mila tonnellate appestano l´aria della Campania.
«Come Pianura, peggio di Pianura», era stata la minaccia del fronte del no contro lo sversatoio individuato a Chiaiano dallo staff del supercommissario Gianni De Gennaro, una scelta ritenuta «dolorosa ma necessaria» dallo stesso sindaco Rosa Russo Iervolino. Oltre alle pacifiche manifestazioni di dissenso e alla netta opposizione già espressa nei giorni scorsi da vari esponenti politici e anche dai sindaci dei comuni confinanti (Marano, Mugnano, Calvizzano), scendono in campo i capirivolta. Sono i giovani che, nel primo pomeriggio, in sella a scooter e moto di grossa cilindrata, sequestrano 8 bus di linea in due ore e mezza, costringono gli autisti a parcheggiare i mezzi trasversalmente alle sedi stradali, e bloccano incroci, piazze, arterie di collegamento.
Chiaiano diventa la nuova trincea della crisi rifiuti. Un territorio che per 12 ore resta sotto il controllo dei facinorosi. Con gli autisti dell´Anm che scappano, letteralmente, dagli abitacoli di guida. E l´azienda di Mobilità costretta a diffondere un comunicato da Paese sudamericano. In cui si sottolinea: «La situazione è andata precipitando con il passare delle ore. Per questo ci vediamo costretti a ritirare i mezzi in servizio dalla zona nord di Napoli, limitando il servizio all´area dell´ospedale Cardarelli. Siamo spiacenti del disservizio causato ai cittadini per le azioni di pochi - commenta il presidente dell´Anm, Antonio Simeone - ma l´incolumità del personale Anm e dei viaggiatori è la prima cosa a cui pensare; ci impegniamo a riprendere il normale servizio non appena ne sarà garantita la sicurezza». Vittime, migliaia di cittadini che vivono nell´area nord. Gente che deve sommare l´eventuale disagio dei rifiuti che verranno alla paralisi di oggi e delle prossime ore.
Il clou della protesta scoppia intorno alle 15. Contestualmente, in tre zone diverse dell´area nord di Napoli, entrano in azione le "paranze" di ragazzi con i motorini. Prima tappa: l´area a ridosso della stazione metropolitana di Chiaiano. Quattro scooter affiancano due bus, delle linee 162 e 163, li costringono a fermarsi. Uno dei giovani, su un Liberty nero, cappellino a fantasia scura calato sugli occhi, minaccia l´uomo alla guida: «Parcheggia il mezzo al centro della piazza, scendi, dammi le chiavi e non avrai problemi». Il conducente esegue, il traffico si paralizza. È caos. Intanto la stessa "paranza" passa ai cassonetti: in tre, rovesciano l´immondizia sulla strada. Altro blocco. Passa mezz´ora, analoga azione scatta in via Orsolona ai Guantai. Stessi metodi, stesso risultati: un altro pullman, stavolta linea C64, viene fatto deragliare, usato come scudo per isolare la strada. In pochi secondi, centinaia di automobilisti capiscono di essere imbottigliati, chiedono spiegazioni, si rivolgono inutilmente a polizia e carabinieri. Vietato provare a parlare anche con gli stessi capipolo. Chi, tra gli automobilisti rimasti ostaggio della guerriglia, osa violare il blocco e provare a passare tra i varchi di pneumatici e cassonetti rovesciati, viene minacciato e insultato. Interviene un giovane biondo contro un cittadino inerme, scende da un moto: «Ma non avete capito che qui oggi non si passa? Ma allora vi dobbiamo sparare in bocca? Invece di ringraziarci, stiamo facendo casino per non farvi avere l´immondizia a Chiaiano». L´uomo si rimette alla guida del volante: «Ma io come faccio a raggiunge il Frullone?». Sono domande che lanciano altre centinaia di automobilisti, ma senza avere risposte. In zona non appaiono divise delle forze dell´ordine, neanche vigili urbani. Intanto le "paranze" passano a bloccare la metropolitana: spargono i sacchetti sui binari, così anche i treni sono sistemati.
In via Orsolona è pomeriggio inoltrato quando l´ultimo conducente "minacciato" lascia a piedi la zona: «Oggi non è aria, non si può lavorare, abbiamo tutti una famiglia, nessuno vuole morire per l´immondizia di Napoli».
22/03/2008
La questione criminale? Affare del Sud, come i rifiuti
RIPORTO LA LETTERA - ARTICOLO SCRITTA DA ROBERTO SAVIANO ( L' AUTORE DI " GOMORRA " ) PUBBLICATA SU " L'ESPRESSO " IL 20 marzo 2008
La speranza non ha un volto solo: ne ha dieci, cento, mille, centomila. Volti di ragazzi che sfilano con gioia, opponendo allegria alla cupezza di chi schiaccia il loro futuro, lo soffoca, umilia, disintegra. Volti di ragazzi che con quell'allegria urlano la voglia di libertà, la disperazione per un destino senza nulla in cui credere. La loro marcia era scandita da un elenco senza fine, rilanciato da tutti gli altoparlanti come nelle feste di paese si fa per le musichette: la cantilena ossessiva di un rosario doloroso che unisce in una catena settecentocinque nomi. Settecentocinque cadaveri, settecentocinque giusti, settecentocinque vite che si sono spente ma non piegate lottando contro la mafia: un sacrificio di massa che permetteva a quei ragazzi di marciare senza minacce. La litania dei martiri era infinita, la lista ricominciava sempre dall'inizio, come se la speranza di legalità potesse risorgere soltanto dal sacrificio, dal sangue versato per rendere fertile la terra desolata.
Neppure il miracolo di Bari ha smosso qualcosa, neanche l'ondata umana che nel segno di Libera ha riunito tanti ruscelli in unico gesto di rivolta ha dato una scossa ai media chiusi nel torpore di una quotidianità disillusa e alla politica di una campagna elettorale dove si fatica a trovare un contenuto dietro le parole. Mafia è una parola rara e banalizzata, bisogna maledirla per copione e poi dimenticarla in fretta per andare avanti con comizi che devono sempre occuparsi d'altro. Sarebbe stato meglio se mafia fosse stato un termine pericoloso, di quelli che fanno da calamita all'odio, una parola che si fa carne viva di impegno. L'hanno formattizzata, diventa un punto in scaletta, per condire l'introduzione del discorso come i saluti di circostanza. O peggio del peggio, da relegare nelle regioni meridionali.
I leader di centrosinistra e centrodestra non se ne sono occupati? - mi è stato risposto solo pochi giorni fa -, ma lo faranno più avanti, quando arriveranno nel Sud, lo faranno a Napoli quando chiuderanno la campagna. Lo faranno a sud, come per i rifiuti più velenosi che nessuno sa dove buttare e si mandano a inquinare una terra contaminata e condannata. Lo faranno a sud, come se la potenza della criminalità organizzata non riguardasse il nord, come se la ricchezza dei traffici mafiosi non arricchisse le banche padane o se i voti manovrati dai padrini non condizionassero i palazzi romani. Il perimetro del problema agli occhi della politica si è ristretto da piaga planetaria ad affare locale: come se i Kalashnikov avessero sparato e ucciso a Duisburg per una lite di campanile o i casalesi colonizzassero Aberdeen per imparare meglio l'inglese.
'Ndrangheta, camorra e mafia, anzi, come le chiamano gli affiliati, Cosa Nuova, Sistema e Cosa Nostra sono oggi più di ogni altro il 'potere forte'. Quello che controlla direttamente un terzo del paese, quello che è infiltrato in tutto il territorio e ha facoltà di condizionare indirettamente interi settori dell'economia - i trasporti, gli ospedali, i subappalti edili, le catene di supermercati, la produzione tessile, il comparto agricolo, l'industria alimentare, le candidature dei primari, la distribuzione di benzina, i centri commerciali - come un cancro le cui metastasi si sono già diffuse in ogni parte d'Italia e persino d'Europa.
Il potere che decide con quale parte politica schierarsi, quello capace ormai da decenni di sottomettere la politica dei propri territori d'origine e persino di quelli d'investimento al punto di non avere più bisogno di accedere a coperture di livello superiore. Le mafie oggi possono farne a meno perché si sono fatte più ciniche, più realistiche, e perché sono diventate infinitamente più potenti e indefinite, allo stesso tempo arroganti e mimetiche.
Parlarne, affrontare il problema significa rischiare di perdere un numero troppo alto di consensi, ecco perché. Così tutti si limitano a commenti di solidarietà con le vittime e gli inquirenti, complimenti alle forze dell'ordine, generici appelli alla moralità e alla lotta alle mafie. A Palermo le denunce dei commercianti per la prima volta fanno arrestare gli estorsori, è una rivoluzione che per loro merita giusto il tempo di un comunicato. E poi tutto tace di nuovo. Ma perché siano le mafie a tacere per sempre bisogna fronteggiarle senza compromessi, anche a costo di perdere le elezioni nell'immediato per 'vincere' col tempo, una ricchezza e una libertà inestimabili - la salvezza del nostro paese. L'unica che potrà non far sentire l'Italia un paese determinato dal potere criminale.
Nessuno crede che il compito della politica sia di costruire paradisi: che il fato ci scampi da questa maledizione. Nessuno può pensare che ci siano ricette taumaturgiche, che basti un po' di decisionismo e di buona volontà per risanare ciò che per decenni è stato lasciato incancrenire. Ma si smetta di trattare i cittadini come appartenenti a due tifoserie opposte che non possono far altro che scegliere fra l'una e l'altra fazione e con questo si assumono ogni responsabilità di quel che accade dopo le elezioni. Si smetta di chiedere loro con chi stanno. Inizino piuttosto i partiti a dire attraverso scelte chiare in che modo vogliono stare con i cittadini. Scelte che non siano di comodo e di compromesso, che non mirino a un rinnovamento di facciata senza il coraggio di disfarsi dei meccanismi che portano in cambio voti sicuri. Inizino pure dalla fine, se non hanno altro da dire prima.
Walter Veltroni sarà a Napoli, pochi giorni prima del voto, lì sappia trovare parole che nessun cittadino e nessun mafioso possano mai dimenticare.
23:20
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21/03/2008
L'EMERGENZA RIFIUTI METTE IN GINOCCHIO L'ECONOMIA CAMPANA
Una batosta da 500 milioni di euro. Tanto potrebbe costare all’agroalimentare campano lo tsunami dell’immondizia. Il ciclone ha travolto in pieno il settore. Risultato: disdette a raffica negli agriturismi e nelle forniture di prodotti agroalimentari. I conti li ha fatti la Coldiretti. E la previsione potrebbe anche peggiorare se l’effetto terremoto sul comparto - che vale nella Regione oltre 10 miliardi di euro - non dovesse sfumare nei prossimi due mesi. Gli imprenditori, intanto, già studiano la contromossa: un’azione di risarcimento danni subiti dalle aziende molte delle quali rischiano anche la perdita di posti di lavoro. «Più che alla class action - spiegano dalla Coldiretti Campania - bisogna puntare a iniziative concrete a favore delle imprese. Il ritorno alla normalità sarà proporzionale alla capacità dei politici di prendersi le loro responsabilità. Come dire, indennizzi e un piano molto forte per la promozione dei nostri prodotti oltre a una bonifica immediata per salvare il territorio dall’inquinamento». E così via con le firme. L’organizzazione ne ha già raccolte 100 mila tra i cittadini campani. Obiettivo: una petizione per l’avvio di un intervento di recupero ambientale immediato per salvare il territorio dall’inquinamento, prima che sia troppo tardi. Anche la Cia-Confederazione italiana agricoltori è d’accordo. E spiega: «come nel 1986, subito dopo il disastro di Chernobyl che mise in ginocchio l’agricoltura italiana, occorre adottare un piano di interventi per risarcire gli agricoltori campani per i danni causati dalla drammatica emergenza». Più del 35% della produzione di frutta e ortaggi è rimasta invenduta. Non solo. Secondo la Cia gli allarmismi scaturiti dalle immagini dei rifiuti, che hanno fatto il giro del mondo, e dalla paura di contaminazione da diossina hanno fatto crollare anche le vendite di latte (-20%), formaggi e mozzarella di bufala (-40%) e olio e vino (-25%). Anche per l’agriturismo è una debacle, con un calo verticale (tra il 25 e il 35%) delle presenze. Insomma, in ballo c’è un primato di 14 prodotti a denominazione o a indicazione di origine protetta, su 29 vini Docg, Doc e Igt, su 329 prodotti tradizionali con 13 città del biologico, 40 del vino, 30 dell’olio e 4 del pane. Ci sono poi sedicimila ettari di territorio coltivati a biologico, il 25% della superficie protetta da parchi e 734 agriturismi. Una mappa delle qualità agroambientali che è un valore aggiunto per lo sviluppo della Campania che non può essere ignorata nella scelta dei siti per lo smaltimento. «Ma occhio agli allarmi ingiustificati - chiariscono alla Coldiretti - la qualità resta inalterata». Anche la Confagricoltura ha fatto i suoi calcoli: la contrazione delle vendite è stata del 30% sia per le produzioni ortofrutticole che per la mozzarella di bufala nelle province di Napoli e Caserta. In flessione pure le fragole di serra. Effetto boomerang per le aree di Salerno, Avellino e Benevento. Per rassicurare i consumatori sulla sicurezza alimentare dei prodotti campani, Confagricoltura ha chiesto alla Camera di Commercio di attrezzare il laboratorio merceologico per gli esami sui livelli di diossina dell’agroalimentare. Situazione meno allarmante nell’industria conserviera, secondo l’Anicav, mentre chi compra biologico non deve temere. «A verificare la qualità delle merci pensano infatti organismi ad hoc di controllo e certificazione e spesso anche i Nas». Parola di Salvatore Basile, presidente dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica che accende una luce di speranza sulle produzioni bio. «A dicembre - spiega - abbiamo registrato un incremento del 6% delle vendite rispetto a dicembre 2006 arrivando a toccare un +10% per marmellate e mieli». Intanto il governo getta acqua sul fuoco dell polemiche. «Come già accaduto con l’aviaria, il rischio - spiega il sottosegretario alle Politiche agricole Guido Tampieri - è che si diffonda un allarme ingiustificato, ben oltre la portata del problema, mortificando l’impegno per la qualità e la sicurezza del cibo da parte degli operatori di una intera regione».
06/02/2008
La Procura: con cifre così alte, più durava l'emergenza più si lucrava
I pm hanno citato i casi più eclatanti: il subcommissario Vanoli percepiva un milione e cinquantamila euro all'anno, i subcommissari Paolucci e Facchi, compensi tra gli ottocento e i novecentomila euro. La stessa situazione si sarebbe verificata anche quando commissario era il prefetto Corrado Catenacci, che in una intercettazione telefonica allegata agli atti del procedimento e citata dai pm, si lamentava con l'interlocutore, perché il suo stipendio era di cinquemila euro mensili, mentre due tecnici della struttura commissariale intascavano cifre pari a un miliardo di lire all'anno.
Con compensi così alti, sostiene la Procura, è chiaro che «più durava l'emergenza più si guadagnava», e quindi la gestione commissariale non avrebbe avuto affatto interesse a superare la crisi. Di qui le molte inadempienze che oggi sono contestate agli imputati — soprattutto non aver messo a norma gli impianti cdr che producono un materiale inutilizzabile come combustibile nel futuro inceneritore di Acerra e in qualunque altro inceneritore — e di cui, secondo i pm, Bassolino era a conoscenza perché il suo ruolo di commissario era un ruolo «amministrativo e non politico» e aveva quindi «giuridicamente l'obbligo di controllare».
L'emergenza che oggi affligge la Campania nasce, sostiene la Procura, anche da quella cattiva gestione commissariale che consentì all'Impregilo di far finire in discarica non il 14 per cento dei rifiuti prodotti, così come prevedeva il piano, ma il 49 per cento, intasando gli impianti e creando quella che i pm chiamano «fame di discariche» con la quale deve fare i conti oggi il commissario De Gennaro mentre cerca di portare la regione fuori dalla crisi.
23:50
Scritto da : bruno841
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26/01/2008
CAMPANIA SOMMERSA DAI RIFIUTI
La situazione dei rifiuti in Campania è uno stato di emergenza che riguarda lo smaltimento della spazzatura a Napoli e nella regione di cui è capoluogo. Si considera in stato di emergenza dal 1994, Le cause principali alla base dell'emergenza rifiuti in Campania sono individuate nei ritardi di pianificazione e di preparazione di discariche idonee avvenute solamente dal 2003, nell'inappropriato trattamento dei rifiuti nei sette impianti di produzione di CDR (combustibile derivato dai rifiuti), gestiti e posseduti da società del Gruppo Impregilo (né il combustibile da rifiuto in uscita rispetta le specifiche che consentanto di bruciarlo in sicurezza in un inceneritore, né la frazione organica è sufficientemente stabilizzata da poter essere utilizzata per ripristini ambientali e quindi viene comunque inviata in discarica), nei ritardi nella pianificazione e nella costruzione di inceneritori, dovuti a prescrizioni della magistratura sui progetti in essere e finalizzate ad una maggiore tutela dell'ambiente, ostruzioni ai piani della Regione da parte della popolazioni di alcuni territori e anche da parte della camorra, nei ritardi nella pianificazione e nella costruzione di impianti di compostaggio della frazione organica dei rifiuti proveniente da raccolta differenziata, ed infine nei livelli di raccolta differenziata molto bassi. Al di la delle cause meramente tecniche, va sottolineato come l'emergenza rifiuti sia un settore di introito per la camorra napoletana anche maggiore rispetto al traffico della droga o del pizzo. Si comprenderà così, come, quante e di quale entità siano le pressioni che esercita la mala-vita organizzata sulle istituzioni e sulla politica che si è dimostrata sinora incapace di contrastare questi interessi, quando non li abbia invece coadiuvati.quando venne nominato Dal 1994 fino ad oggi, ripetendosi in più periodi, i rifiuti solidi urbani non sono raccolti perché le aree di smaltimento sono sature, in alcuni casi poste sotto sequestro dalla magistratura o bloccate da manifestanti locali, che ne rifiutano la presenza nei pressi delle loro abitazioni. Il risultato è la presenza per le strade della regione, soprattutto di Napoli e del suo hinterland, di cumuli disordinati e malsani di rifiuti che creano gravi rischi igienico-sanitari per le popolazioni locali, oltre a diversi problemi di ordine pubblico. Quando i rifiuti sono dati alle fiamme dai cittadini esasperati, si verificano emissioni di diossina e casi di intossicazione. Le discariche abusive e gli incendi di rifiuti, soprattutto nelle campagne del casertano, stanno creando grossi problemi per quel che concerne la salubrità delle produzioni agroalimentari. Infatti proprio per questo motivo la vendita di alimenti caseari, della Campania, è diminuita del 40%; ma non solo in Italia, ma anche negli stati esteri, che avendo il timore che la produzione casearia italiana sia poco salubre, preferiscono non importare questi alimenti. il primo Commissario di Governo per risolvere la situazione. La Protezione Civile nel 2004 ha commissionato uno studio scientifico sulle conseguenze sanitari della mancata gestione dei rifiuti in Campania ad un team di specialisti composto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, dal Centro Europeo Ambiente e Salute, dall'Istituto Superiore di Sanità, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall'Osservatorio Epidemiologico della Regione Campania e dall'Agenzia Regionale per la Protezione Ambiente.L'analisi dei dati epidemiologici raccolti tra il 1995 al 2002 hanno consentito ai ricercatori di mettere in correlazione diretta i problemi osservati sulla salute pubblica con la mancata gestione del ciclo dei rifiuti urbani e con la presenza di discariche abusive, gestite dalla criminalità organizzata, dove sono stati versati enormi quantitativi di rifiuti industriali, provenienti presumibilmente dall'Italia settentrionale e dall'estero. In particolare è stato misurato un aumento del 9% della mortalità maschile e del 12% di quella femminile, nonché l'84% in più dei tumori del polmone e dello stomaco, linfomi e sarcomi, e malformazioni congenite.Nel gennaio 2008, a seguito dell'ennesima emergenza, la Procura della Repubblica di Napoli ha avviato un'inchiesta per epidemia colposa.La scarsa sensibilità dei cittadini alla gestione dei cosidetti "beni collettivi", si manifesta in tutta la sua drammaticità quando non si tratta di decidere sulla decorazione di una piazza, ma sono in gioco le condizione stesse di una vita sostenibile.Nella fattispecie alla produzione di rifiuti che procede quotidianamente ed instancabilimente da parte di tutti i cittadini, corrisponde l'assoluta contrarietà a dotare il proprio territorio (secondo le normative ciò dovrebbe essere risolto a livello provinciale) delle infrastrutture necessario al loro riciclaggio o, dove ciò non sia possibile, al loro smaltimento.Da questa solo apparente contraddizione nasce e si protrae la situazione di emergenza, alimentata anche da politici ed amministratori che non se la sentono di contrastare queste tendenze particolaristiche ed egoistiche dei cittadini (per molti di essi si tratta dei loro elettori).Fino a che permane questa situazione, l'effetto NIMBY sarà soverchiante e non sarà possibile trovare alcuna soluzione alternativa alle barricate e alle quotidiane dichiarazioni di non responsabilità dei soggetti politici coinvolti.E' anche giusto sottolineare che i cittadini oppositori alla riapertura delle discariche, hanno codesta posizione perchè si tratta di siti e discariche stesse fuori norma ed inadeguate, sia per struttura che per posizione geografica. Ci sono casi in cui siti utilizzati come discarica distano da abitazioni civili per poche decine di metri.L'emergenza dei rifiuti a Napoli e nella sua regione inizia convenzionalmente l'11 febbraio del 1994, con l'istituzione del primo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 35 del giorno successivo. Con questa disposizione il Governo prendeva atto dell'emergenza ambientale che si era venuta a creare nelle settimane precedenti in numerosi centri campani, a causa della saturazione di alcune discariche. Si individuava, per questa ragione, nel Prefetto di Napoli l'organo di Governo in grado di sostituirsi a livello territoriale a tutti gli altri enti territoriali coinvolti a vario titolo e preposto quindi a gestire i poteri commissariali straordinari. Tra il 1994 ed il 1996 la gestione dell'emergenza rifiuti passò attraverso l'ampliamento della capacità di versamento grazie alla requisizione di diverse discariche private in tutta la regione, poi date in gestione all'Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'ANel marzo 1996 il Governo interviene nuovamente nella gestione commissariale del Prefetto quella dal Presidente della Regione: al prefetto rimane la gestione del servizio di raccolta, al Presidente della Regionale è affidato il compito di redazione del Piano Regionale e per gli interventi urgenti in tema di smaltimento. Nel giugno 1997 è pubblicato il Piano Regionale per lo smaltimento dei rifiuti che prevedeva la realizzazione di due termovalorizzatori e sette impianti per la produzione di combustibile derivato dai rifiuti.Nel luglio 1998 un'apposita commissione parlamentare constata che, passati quattro anni, la Campania rimane in uno stato di emergenza, giudicando insufficienti gli impianti realizzati o individuati e poco collaborative le amministrazioni locali. Nel dicembre 2000 Carlo Ferrigno, nuovo prefetto di Napoli, in qualità di Commissario dichiara che le discariche esistenti sono state ormai tutte saturate ed in alcune sono state portati rifiuti al di là delle loro capacità, con gravi conseguenze igienico-sanitarie per chi vive nei paraggi; inoltre stigmatizza l'opposizione delle amministrazioni locali ad ospitare gli impianti di produzione di combustibile derivato dai rifiuti. La regione decide allora di continuare ad utilizzare comunque la discarica di Palma Campania, la cui bonifica è condizionata all'individuazione di altre soluzioni. Nel frattempo entrano in funzione tre impianti di vagliatura e triturazione, e quattro di imballaggi.All'inizio del 2001 si registra una nuova pesante crisi risolta solo riaprendo provvisoriamente le discariche di Serre e Castelvolturno e inviando mille tonnellate al giorno di rifiuti verso altre regioni, quali la Toscana, l'Umbria e l'Emilia Romagna, nonché all'estero, in Germania. Nei due anni successivi entrano in funzione gli impianti di produzione di combustibile derivato a Caivano, Avellino e Santa Maria Capua Vetere (alla fine del 2001), in seguito a Giugliano, a Casalduni e a Tufino (nel 2002), infine a Battipaglia nel 2003.Ciononostante la Campania non è ancora autosufficiente mancando di un'autonoma capacità di trattare quasi un milione tonnellate annue con il combustibile derivato dai rifiuti, e più di un milione di tonnellate annue di conferimento diretto in discarica e stoccaggio per gli scarti relativi.Tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008 si è registrata l'ennesima crisi dei rifiuti che ha indotto il governo centrale ad intervenire direttamente orientando la soluzione del problema verso la regionalizzazione della gestione dei rifiuti autorizzando la costruzione di 3 termovalorizzatori, superando in questo modo il vincolo imposto dalla gestione Bassolino che ruotava tutto sul costruendo inceneritore di Acerra. 27 giugno 2007 la Commissione Europea ha avviato una procedura d'infrazione contro l'Italia per la crisi cronica dei rifiuti che coinvolge Napoli e il resto della regione Campania. Il 31 luglio 2007 la Procura della Repubblica di Napoli ha depositato le richieste di rinvio a giudizio per gran parte degli indagati nell'ambito dell'inchiesta sull'emergenza rifiuti in Campania, ipotizzando i reati di truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture a carico anche di Antonio Bassolino, già Commissario Straordinario ed attuale Presidente della Regione Campania, nonché Piergiorgio Romiti e Paolo Romiti, vertici della Impregilo, affidataria dell'appalto dello smaltimento dei rifiuti).I sette impianti che avrebbero dovuto produrre il combustibile da rifiuto hanno prodotto invece milioni di ecoballe che non presentano le caratteristiche necessarie e non possono essere bruciate rispettando la normativa ambientale sui fumi, giacendo oggi stoccate in aree apposite, prive delle necessarie misure di sicurezza per l'ambiente. Anche la frazione umida prodotta dagli impianti non è nelle specifiche: non subisce un trattamento sufficiente a renderla biologicamente non pericolosa tant'è che, preso atto di ciò, adesso il Commissariato Straordinario ne dispone comunque, all’uscita dall’impianto, l'invio a discarica. Il processo è iniziato a metà gennaio 2008, nel pieno dell'ennesima crisi dei rifiuti.L'impossibilità di costruire inceneritori e termovalorizzatori in Campania nonostante l'insistente disponibilità di città come Salerno ha portato alcune aziende italiane e straniere a proporsi per smaltire tutti i rifiuti prodotti.
14:15
Scritto da : bruno841
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